Dall’altra parte | Bernardo Atxaga

Dall’altra parte | Bernardo Atxaga

Bernardo Atxaga è uno di quegli scrittori che portano con sé un mondo intero. Un mondo fatto di boschi, animali, morte silenziosa, affetti spezzati e una lingua minore, l'euskera, che lui ha saputo rendere universale.
Recensione di Paolo Perlini

Dall’altra parte, di Bernardo Atxaga, edito da 21 lettere editore, raccoglie quattro racconti scritti in epoche diverse, tenuti insieme da un filo sottile ma resistente: la frontiera permeabile tra la vita e la morte, il confine dove la realtà scivola nel sogno, nell'allucinazione, nel mito.

Due fratelli è il racconto che apre la raccolta e ne stabilisce il tono. Due fratelli, Daniel, gigante di corpo e bambino di mente e Paulo, piccolo e premuroso, si muovono in un mondo che non fa sconti alla diversità, alla debolezza, all'innocenza. Leggendolo, è difficile non pensare a George e Lennie di Uomini e topi di Steinbeck: la stessa tenerezza asimmetrica, la stessa ferocia del mondo circostante, lo stesso senso di destino incombente. Atxaga però aggiunge qualcosa di suo: la voce narrante passa di animale in animale, come se la natura stessa osservasse e testimoniasse, come se la storia dei due fratelli appartenesse a tutti, non solo agli uomini. È un racconto sul dolore, scritto con una semplicità che fa male.

La morte di Andoni alla luce dell’ LSD e Conferenza sulla vita e sulla morte nel cimitero di Obaba-Ugarte sono i due racconti centrali, e sono quelli dove Atxaga allenta le briglie e lascia correre la fantasia verso territori più perturbanti. Il primo immerge il lettore in una rielaborazione allucinata del lutto, in cui i confini tra memoria, droga e visione si dissolvono completamente. Il secondo è una conferenza delirante tenuta in un cimitero, un pezzo quasi teatrale, surreale, dove la solennità della morte viene capovolta dal grottesco. Sono racconti difficili, stranianti, che richiedono al lettore la disponibilità a lasciarsi portare fuori dall'ordinario senza cercare sempre un approdo razionale. Chi li ama li troverà geniali e sono quelli che ho sottolineato di più. In ogni caso, testimoniano la volontà di Atxaga di non ripetersi, di esplorare le forme oltre la comfort zone.

Un crimine cinematografico chiude la raccolta con il personaggio più memorabile del libro: un gufo. Ma non un gufo qualunque: un gufo che osserva, che pesa, che misura le parole prima di usarle, che risolve crimini non con la forza ma con la pazienza di chi sa stare fermo e guardare. C'è qualcosa di profondamente ammonitore in questa figura: in un'epoca in cui le parole vengono lanciate senza cura, consumate e dimenticate in pochi secondi, il gufo di Atxaga ci ricorda il valore del silenzio prima della parola, della riflessione prima del giudizio. Viene da chiedersi, e la domanda brucia un poco, perché riusciamo così raramente a fare altrettanto. Questa cura nelle parole mi ha ricordato il romanzo Il figlio del fisarmonicista nel quale il protagonista inventa un gioco per le figlie: dentro scatole di fiammiferi inserisce foglietti di carta con parole della sua lingua e le sotterra nel cimitero.

C'è però un'ultima cosa che vale la pena ricordare, perché aiuta a capire da dove viene questa attenzione maniacale alla parola. Atxaga scrive in euskera, una lingua isolata, senza parentele con alcun'altra lingua indoeuropea, parlata da circa 900.000 persone tra il nord della Spagna e il sud-ovest della Francia. Poi Atxaga si autotraduce in castigliano: ogni parola scelta due volte, ogni immagine vagliata in due sistemi linguistici diversi. Forse è anche per questo che i suoi personaggi, in tutti i romanzi che ho letto, e non si può non citare Obabakoak, finiscono sempre per interrogarsi sulle parole: sulla loro fragilità, sulla loro potenza, su ciò che resta quando non bastano più.
Il gufo del racconto finale non è solo un personaggio: è una metafora dello scrittore stesso.



Titolo: Dall'altra parte
Autore: Bernardo Atxaga
Casa editrice: 21lettere edizioni
Pagine: 270
Pubblicazione: febbraio 2026

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