Anatomia di un esordio
Recensione di Simonetta Gallucci
«Scrivi di ciò che sai» è una di quelle frasi che vanno fortissimo nelle scuole di scrittura, forse seconda soltanto a «show, don’t tell», e spesso viene mal interpretata. Di primo acchito si potrebbe pensare che per scrivere una determinata vicenda sia necessario averla vissuta, ma questa è una visione semplicistica; certo, se sei di un paesino sperso in mezzo ai monti, non sei mai arrivato nemmeno a quello vicino e i personaggi del tuo romanzo sono John e Mary e vivono a New York, magari qualche problema di verosimiglianza in qualche momento salterà fuori, ma non è questo il punto. Perché anche le emozioni sono esperibili e, in quanto tali, rientrano nel novero di ciò che uno scrittore (o aspirante tale) sa, e dunque può raccontare, a prescindere dal fatto che la sua storia sia ambientata nel luogo d’origine, in quello d’adozione, sulla Luna o nel futuro.
Un’altra espressione che si sente spesso è «l’urgenza dello scrittore»: in pratica, chi si avvicina alla scrittura ha qualcosa che gli preme voler raccontare. Sarà per questo che in svariati casi i romanzi d’esordio si collocano, lungo un’asse immaginaria che ha come estremi da una parte l’autofiction e dall’altra la pura fiction (ammesso che esista), molto vicini al primo polo.
Non fa eccezione Il mio vero nome è Elisabeth, opera prima di Adèle Yon, che ha suscitato grande interesse di critica e pubblico e che Neri Pozza ha portato in Italia. L’autrice, difatti, getta luce sulla storia della bisnonna Elisabeth, per tutti sempre e soltanto Betsy: una donna internata in maniera coatta, sottoposta a elettroshock, lobotomizzata e infine rinchiusa in manicomio per diciassette anni; una donna libera, vitale e con un forte senso d’indipendenza, neutralizzata dal marito, messa a tacere e relegata ai margini della memoria famigliare; una donna diventata così trauma per i figli, oggetto d’osservazione per i nipoti e figura mitologica per i pronipoti. Eppure, se si trattasse soltanto di questo, sarebbe una storia sì avvincente, ma forse priva di qualcosa che la renda memorabile. Invece, la sua forza non risiede nel «cosa», ma nel «come»: perché il romanzo è un amalgama, incredibilmente riuscito, di racconto, lettere, referti, stralci di tesi e interviste; è autofiction, ma di un livello ancora inesplorato; è non solo il frutto della ricerca ma anche la ricerca stessa, con le sue fatiche, i giri a vuoto, le contraddizioni, le false piste, i colpi di fortuna e le cantonate. Anzi, incarna quello che il signor de Gand, un archivista che Adèle conosce nel suo peregrinare, definisce «il principio della ricerca»: «Qualche volta c’è, qualche volta non c’è […]. Intende dire: qualche volta c’è, qualche volta non c’è, ed è così, e bisogna accontentarsi? O intende piuttosto: qualche volta c’è, qualche volta non c’è, e bisogna cercare di completare quello che non c’è grazie a quello che c’è? Se intendiamo la seconda opzione come un’ingiunzione a proporre interpretazioni, racconti, finzioni a partire dalle quali il poco che si possiede diventa la storia completa, si dedurrà che la prima risposta è quella che meglio si adatta al carattere di un archivista […]. Ma si può anche tradurre diversamente la seconda opzione. La ricerca, come la finzione, possiede strumenti propri per colmare i vuoti». Ed è proprio ciò che Yon fa: con un piglio più vicino a quello di un’archivista che di una scrittrice tenta di colmare il vuoto scavato attorno alla figura della bisnonna restituendo qualcosa che, se non si può definire con sicurezza come verità, di certo ci si avvicina molto.

Titolo: Il mio vero nome è Elisabeth
Autore: Adèle Yon
Pagine: 384
Casa editrice: Neri Pozza
Pubblicazione: giugno 2026