Yogurt all’amarena | Indigeribili

Yogurt all’amarena | Indigeribili

© Un racconto di Lucia Cherubini - Illustrato da Alice Gualandi


Yogurt all’amarena

Quando arrivò Fosca ero al primo anno, appena finito il mese di affiancamento. Al primo colloquio mi raccontò dei suoi attacchi di panico, ma io non l’ascoltavo: percorrevo ipnotizzata il tubo del sondino che le entrava in una narice per sprofondare di almeno sessanta centimetri fino allo stomaco, immaginabile come una nocciolina raggrinzita uno sfintere un pugno. Non direi che fosse brutta, ma mi fece lo stesso effetto degli spellati che avevo visto da bambina, corpi umani fatti soltanto di muscoli nervi e gelatina scolpita nel tempo, fasciami di vasi e fitti reticoli di budella nudi allo sguardo. Solo che qui non avevo davanti un corpo ma la sua assenza, cute lucida tirata su uno scheletro umano senza seno, né guance, né ventre. Non c’era niente di pieno, soltanto i suoi occhi; poi cavità e ombra e il flebile suono dei monitor in sottofondo. Alice mi aveva scaricato quel ricovero per dedicarsi alla tesi e io avevo pensato che nella peggiore delle ipotesi avrei scroccato qualche pranzo: quelli delle anoressiche finivano regolarmente in cucina, intatti, e la sera ce li portavamo a casa. Quando arrivo in mensa la cassiera insacchetta fiocchi di latte, insalata, uno yogurt all’amarena. Pago in fretta, esco e mi dirigo verso le scale: chi ha deciso di mettere il reparto di psichiatria al sesto piano non aveva previsto le anoressiche, dice Betta quando becca le ragazze a fare su e giù di nascosto

Ricordo la prima volta che mi sono messa a dieta. Avevo nove anni, sulla spiaggia di Follonica sbatacchiava una luce cadaverica, scialba, faceva freddo. Papà si era presentato alle tre di notte, mi ero svegliata per il rumore di loro due che lo facevano nella stanza accanto. Ora so che lo facevano, quella notte mi spaventai così tanto che papà dovette prendermi a schiaffi. Ricordo questo e mia madre ricomposta e sorridente che mi diceva Fosca, il papà ci ha fatto una sorpresa! Pensa un po’, lui senza più muoversi controllava le lancette del termostato, oggi si va al mare. Così dopo due ore di macchina arrivammo in tempo per un’alba acquarellata male, la rena umida e gli stabilimenti vuoti. Capivo che dovevo essere contenta, così mi misi il costume e mentre lui fumava una sigaretta andai a mettere i piedi in acqua. Mi si rizzarono i peli dal freddo e pensai: se divento magra come la mamma, forse il papà mi vorrà più bene. Il primo ricovero a ventun anni, studiavo lettere classiche a Bologna. Avevo già smesso da un pezzo di sanguinare, eppure tutto finiva per ridursi al corpo, era il corpo che non potevo controllare, che si gonfiava e raggrinziva come un pallone schizofrenico. Fu la mia coinquilina a chiamare l’ambulanza, perché da dieci giorni non mi vedeva uscire dalla mia camera. Aveva provato a bussare, ma non avevo risposto; strisciavo in cucina di notte per ingollare due tazze d’acqua bollente e tornavo dentro. Alla fine, i pompieri forzarono la porta.

Quando Fosca rompeva la diga dei suoi torrenti di parole era difficile capire cosa fosse vero e cosa immaginario, quali ombre celassero quali forme di mostri. Aveva coniato lei “l’ora del fleet”, rilevando che le stitiche ricevevano quel trattamento puntualmente alle undici ogni giorno, e aveva aggiunto Ci sono due modi per misurare il tempo in ospedale, quando si mangia e quando si caca. Lo sa, dottoressa, che non ci si può nutrire che di dolore? E poi trasformarlo in merda per infettarci il mondo. Quando raggiungo il bancone Betta mi fa un cenno come per dire che sono in ritardo, è incredibile quanto le infermiere comandino nei reparti universitari. Stringo il sacchetto del pranzo e la supero in fretta, abbiamo litigato parecchio per via di una sua tendenza a somministrare fiale di sedativo senza consultare il medico. Quando Fosca era ricoverata e sapevo che Betta faceva la notte correvo a prenderle i parametri appena arrivata al lavoro; si agitava spesso di mattina presto, all’ora della colazione. Quando mi vedeva entrare affannata mi salutava dicendo Dottoressa, ha proprio deciso di salvarmi. Gli esami andavano sempre male, l’elettrocardiogramma peggio, le sedevo accanto cercando d’indovinare sotto le lenzuola la piega con cui quel corpo si negava alla vita. Credo che alla fine il punto fosse scoprire cosa costa liberarsi dal desiderio, privarsi dell’ambizione, della volontà, del pane; toglievo i capelli neri dalla fronte di Fosca, indifferente alle viscere e alle secrezioni sfioravo le ossa le cavità i buchi. Dottoressa lei crede che io sia brutta, è vero? Eppure era quasi bella, era il teschio di Lucia con la corona di fiori, era Gandhi e Maria Teresa. Io credo sia la morte che mi dona, dottoressa.

Diverse volte mi hanno quasi convinta, ma non è mai durato molto. Nella clinica delle suore ricominciai a mangiare, suor Josephine veniva dall’India e non credo si chiamasse così, con gli occhi miti e stanchi mi offriva dell’insalata verde, diceva: Mangia, Fosca, è un dono di Dio. Mi portava sempre lo yogurt all’amarena, e quando riuscivo a finirlo batteva due volte le mani. CLAP CLAP. A volte mi dava i fiocchi di latte col cucchiaino e mormorava: Cristo ha vinto il corpo ed è tornato in gloria. Neppure i farmaci mi hanno mai tolto questo: l’imbarazzo di esistere, la nausea di essere costretti a divorare e divorare ed essere riempiti costantemente, riempiti dagli occhi dalle orecchie dal duodeno dal cuore, riempiti senza sosta e poi evacuare, morire e tornare. Il desiderio di essere presenti ma assenti, invisibili anche alla pervicace attesa di Suor Josephine col suo cucchiaino. Di mio padre non temevo tanto le partenze, quanto le soste. Ogni volta che arrivava iniziavo coi pronostici: Non si fermerà più di tre giorni. Al quarto me lo trovavo davanti a colazione, la tavola coperta di briciole che schiacciava sotto il polpastrello per leccarle, mi diceva Buongiorno e io fissavo quelle che gli erano rimaste impigliate ai baffi. Siediti, Fosca. Le faceva sparire con la punta della lingua. Che hai da guardare, siediti e mangia, e con gli occhi incollati al piatto rifacevo il calcolo. Non può durare più di una settimana. Come sei bella Fosca, assomigli a tua madre. Una volta è rimasto per venti giorni, e io passavo ogni notte a pregare. Padre perdonami perché ho molto peccato. A colazione la tovaglia aveva mille piccoli soli di fuoco che violentavano altrettante lune. Io non ci mangio in questa stanza di merda.

È l’ora del pasto assistito. Muro verdolino, una decina di sedie riunite attorno a un tavolo di formica gialla. Stringo tra le mani il sacchetto di carta, Alice appoggiata alla porta accenna un sorriso, Ecco la dottoressa. Ho preso il pranzo di Fosca. Avanti, siediti con le altre ragazze. Alice ha le mani calde, mi guida verso una delle sedie mentre io dico no no no. Non mi ci siedo in quelle seggioline di merda. Alice insiste. Io ho lasciato il desiderio io ho vinto la morte, io tornerò in gloria. Fosca se n’è andata un mese fa. Perché ci ragioni, lo sai che non serve a niente, dice Betta. Portala in camera e falle una fiala. Libero il braccio con uno strattone e mando all’aria le flebo ammucchiate in un angolo. Sulle seggioline le ragazze alzano gli occhi, continuando a masticare una molecola alla volta. Il sacchetto vola per terra, c’è yogurt all’amarena su tutto il pavimento. Alice mi trattiene, è gentile, lei c’era quando Fosca è arrivata, lei sa. Mi lascio guidare in camera. Non importa, riproveremo. Non importa, dico sedendomi sul letto. Ho una chiazza di amarena sulla tuta. L’ultimo giorno Fosca, che aveva rinunciato al monitor e ai tubi, aveva fiutato il mio dolore. Dottoressa, deve lasciarmi andare. Io non posso, non posso non posso. È bello arrendersi. Lei è gravemente malata. Dottoressa, lei è malata quanto me. 



© Un racconto di Lucia Cherubini - Illustrato da Alice Gualandi- Editing di Maria Teresa Renzi-Sepe


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