Milano è un paese molto grande | Indigeribili

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 Le cose che nella vita ci cambiano per sempre: il lunedì, la famiglia, la città, i pettegolezzi. Oggi ci accompagna la voce di Simonetta Gallucci con il suo racconto “Milano è un paese molto grande”.

Racconto scritto da Simonetta Gallucci -  Illustrato da Dario Licata


Milano è un paese molto grande

Quand’ero bambina la salita che dalla piazza mi portava alla chiesa la facevo come se avessi avuto le ali ai piedi. Adesso saranno le sigarette, il sole o le chianche lisce ma c’ho il fiatone. Mi sono scordata di portare delle scarpe basse per tornare al paese. Sono abituata a camminare sui tacchi, e poi Milano è tutta in piano, il peggio che mi può capitare è che mi si infili lo stiletto tra i sampietrini. Raramente mi muovo a piedi, però. In genere ho sempre una macchina che mi aspetta, o meglio un autista, ché la patente mica l’ho mai presa. Prima o poi dovrai fartela, diceva mio padre, basta un autista, rispondevo. Tanto non lo pago mica io, lo fa un onorevole, un banchiere, un grosso imprenditore. Dipende. Alto, magro, basso, grasso. Non faccio distinzioni, per me sono tutti uguali: c’hanno i soldi, e tanto mi basta.
Poco prima della villa comunale, sulla destra, c’è una cancellata di ferro battuto. Dietro, una donna in camicia da notte, i capelli bianchi e spettinati che le arrivano quasi alle spalle. Sta lì, le mani strette a due sbarre, la faccia quasi incastrata nello spazio vuoto, gli occhi spiritati. 

Una povera pazza.
Mia madre.
Mi fermo e passo il dorso della mano sulla fronte per asciugare il sudore. 

«Che fai qua?» le chiedo.
«E tu chi sei?» mi fa lei di rimando.
«Tua figlia».
«Impossibile. La figlia mia sta a Milano».
«Sono tornata».
«Quella non torna mai». 

Ha ragione: sono scappata di casa dieci anni fa. Il paese mi sta stretto, avevo detto, ma io sarei rimasta, a farmi la mia brava vita tranquilla. Magari un giorno Salvatore m’avrebbe sposata, e avremmo avuto dei bambini. C’eravamo dati qualche bacio, e una volta gli avevo fatto vedere le tette, ma niente di più. Qualcuno però ci aveva visti, e lo aveva detto a qualcun altro, che l’aveva detto a qualcun altro ancora, fino a quando la voce non era venuta a bussare al campanello di casa mia. Mia madre aveva sputato per terra, a un niente dalle mie scarpe, e mi aveva dato della svergognata. Mi avevano vietato di uscire: solo casa e scuola, casa e chiesa. E io, dura come un mulo, facevo casa-Salvatore-scuola, casa-Salvatore-chiesa.
Ci incontravamo lungo il tragitto, in una rientranza, che noi chiamavamo il “rifugio”. E pensavamo, innamorati, che quel posto fosse solo nostro. Un giorno, invece che Salvatore ci avevo trovato Mimmo, suo fratello. Pretendeva, allungava le mani: Siamo di famiglia, no? Se lo fa lui, lo faccio pure io.      
Il paese può pure fingere di scordarsi, ma non perdona. E parla, parla, parla pure quando non c’è niente da dire, a maggior ragione quando non c’ha niente da dire. Ero diventata “una facile”: un’ingiustizia per me, una vergogna per la famiglia.
«Sarà venuta due, tre volte in tutto. L’ultima quando è morto suo padre buonanima…», e si fa un segno di croce, si bacia il pugno «…la prossima quando il Signore mi chiama».
Faccio un passo in avanti. Mi avvicino, la guardo negli occhi. Non sembra più lei.
«Adesso sono qui».
Non ascolta, o non capisce. Si stacca dalla cancellata, mi volta le spalle. Poi, come se si fosse ricordata di qualcosa, si gira e mi fa: «Bello quel vestito, è nuovo?».
Ora la riconosco. È lei. Suono al citofono e aspetto che l’infermiere, dopo una sbirciata alla telecamera e un’alzata di spalle, mi apra. Entro e la affianco.
«L’ho preso apposta per venirti a trovare».
«E a me, non hai portato niente?».
«E come no. Andiamo dentro e ti faccio vedere».
La tengo per un braccio. Sotto la manica a sbuffo non c’è altro che resti di ossa, così fragili che mi basterebbe stringere un po’ di più per spezzarle. Trascina i piedi con le mani protese in avanti per mantenere l’equilibrio, come se qualcuno dal portone d’ingresso le stesse puntando una pistola addosso. Arrivata agli scalini che immettono nell’atrio scrolla il braccio infastidita dalla mia stretta, rasenta il muro e mi guarda: «Mbé, non ti muovi?».
«Che devo fare?».
«La gru» risponde e mi fa un cenno con la testa.
Solo allora capisco. Salgo i due scalini e mi piazzo di fronte a lei, che aspetta con le braccia tese. Le afferro entrambe le mani e lei comincia a muovere i piedi. Prima il destro, poi il sinistro. La ciabatta di spugna perde l’aderenza col tallone e ballonzola. È un attimo, poi il piede gonfio atterra sul marmo bianco, ancora confezionato in quella nuvola rosa. Ripetiamo la scena una seconda volta.
Siamo una di fronte all’altra, le sue mani tra le mie. La sovrasto di una decina di centimetri almeno, tra i miei tacchi e la sua artrosi. Alza lo sguardo su di me. Non c’è traccia di ricordo. Abbasso lo sguardo su di lei. Dietro il reticolo di rughe e la pelle cascante ci sono ancora i suoi occhi nocciola. Uguali ai miei.  

«La figlia mia sta a Milano» gracchia mia madre.
«Ah sì? E che fa?» le rispondo.
«La signora».
Faccio la signora.
Dopo il fatto di Mimmo, me ne sono andata. A fare quello che il paese aveva profetizzato. Mi accompagno sempre a gente perbene. Però non andiamo mai da nessuna parte. I posti che conosco meglio sono le camere d’hotel. Arrivo lì, tutta pettinata, truccata, con dei gran tailleur, gli occhiali da sole quando è bello ma pure quando piove ché fa più chic. Ormai qualche portiere mi conosce, mi saluta pure con un accenno di confidenza. Salgo in camera e aspetto, certe volte vestita e certe altre nuda, o in lingerie. Dipende da come vuole il signore perbene. E mi faccio sbattere. Sempre come fa più piacere al signore perbene.
Quand’ero arrivata, mi ero venduta catenine e braccialetti della comunione per affittare una stanza a Porta Romana. Le camere da letto in quell’appartamento erano due; l’altra ragazza mi aveva guardata, m’aveva spostato i capelli dietro l’orecchio e aveva detto: Vuoi lavorare con me? Vedrai che ci divertiamo. Pensavo si trattasse di fare la cameriera in pizzeria o qualcosa di simile: le avevo detto di sì. La prima volta, e poi la seconda e la terza, perché mi servivano i soldi, perché in un colpo solo avevo un impiego e un’amica, perché tanto del mio corpo non sapevo più che farmene. E le cose avevano preso a girare bene, col passaparola. Che ironia! Alla fine, avevo scoperto che Milano era solo un paese molto grande. 
Sarà per questo che sono tornata, o forse perché l’ultimo, dopo avermi sbattuta sul letto, dopo essersi fatto fare le peggio porcate, mi ha sbattuta pure con la testa al muro. Mi sa che poi gli è toccato pagare la carta da parati, che c’ho lasciato una bella chiazza rossa. Mi ha detto che ho il culo come quello delle negher, ma per lui era un complimento. Poi però ha cominciato a urlare che puzzavo pure come le negre, quelle di Viale Zara, tutte troie.
«Tu la conosci?» fa mia madre, riscuotendomi. 
Spero di essermi persa una parte del discorso, magari ha capito che sono io e mi sta parlando di qualcun’altra che, come me, si è trasferita a Milano.      
«Chi?» le chiedo.
«Mia figlia».
Mi ha davanti e non lo sa. «Sei forestiera pure tu, no?» continua.
«Sì» rispondo, a testa bassa.
«Embè, la conosci?».
Guardo ancora mia madre, che ricambia lo sguardo con una scintilla di speranza.
«La conoscevo… Poi l’ho persa di vista».



© Un racconto di Simonetta Gallucci - Illustrato da Dario Licata- Editing di Maria Teresa Renzi-Sepe


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