Scritto da Marco Pedrazzi -
- Illustrato da Nicole Tecchio
Matrioske
L’aveva rivista per caso mentre era ancora seduto in macchina nel parcheggio dell’ipermercato. Lei stava riportando il carrello vuoto alla pensilina. Era già primavera, ma il cielo non si era ancora deciso a schiarire. L’aveva riconosciuta nonostante i grandi occhiali scuri che la facevano assomigliare a una mosca. Era sola, avvolta in un golfino poco appariscente un po’ scolorito, i jeans troppo stretti, le scarpe da ginnastica dalla suola bianca. Forse lei lo avrebbe corretto: sneakers.
Non la vedeva dai tempi della scuola. E anche se una pappagorgia incipiente le tremolava insieme alle ruote del carrello, era certamente lei, Giulia. Aveva le gote rubiconde, non si capiva se per la fatica, per il passo affrettato o per altro. Le labbra di un rosso ciliegia: un eccesso di trucco. Le mancava solo un fazzoletto sgargiante da contadina in testa per assomigliare a una matrioska.
Chissà che fine aveva fatto la matrioska, quella grande, di sua nonna. Gli sarebbe piaciuto riaverla. Stava bene in vista come un pezzo da museo sul ripiano di vetro in soggiorno, sopra un centrino all’uncinetto. Altri tempi. Gli piaceva giocare con la matrioska: estrarre le bambole, allinearle in ordine di grandezza come un piccolo esercito, riempirle nella giusta sequenza.
L’aveva riconosciuta per un suo vezzo antico: la testa piegata da un lato, poi quel movimento rapido dei lunghi capelli che volavano indietro. Infine, la mano per stenderli meglio. Succedeva dopo ogni interrogazione.
Era una perfezionista, Giulia. Chissà se sapeva che gli altri la guardavano. Lui più di tutti. Lui con la sua matrioska traballante. Lui che non sapeva dare nome a quasi niente. Smunto con gli occhi troppo grandi. Dimentico persino del suo stesso nome.
Sotto la pensilina Giulia armeggiava con la catenella per agganciare il carrello e recuperare la moneta. Sbuffando, mise in tasca le chiavi della macchina per avere le mani libere e ci riuscì. Piccole seccature quotidiane.
Ancora al posto di guida, nell’auto parcheggiata, la cintura stretta a contenere la pinguedine, lui si accorse che se ne stava andando. Presto sarebbe scomparsa nel buio del garage sotterraneo.
Scese dall’auto e chiuse col telecomando. Deciso a chiamarla, a farla girare nella sua direzione, a farla ricordare. In quell’attimo, lei prese il telefono ficcato con piglio giovanile nella tasca posteriore dei jeans. Aveva cominciato a parlare gesticolando e affrettato il passo. Troppo distante per sentire con chi stesse discutendo. Un marito? Un figlio? I vecchi genitori forse ancora vivi? Una seccatura sul lavoro? Chissà che lavoro faceva. Certo non era più una matrioska spensierata.
Alla prof, che lo guardava scettica dietro occhiali spessi, disse che il capitolo non se lo ricordava molto. Anzi, per ricordarselo se lo ricordava, ma non avrebbe saputo riassumerlo bene come aveva fatto Giulia. Le parole gli sarebbero uscite spezzate, brutte, le avrebbe dovute pescare una per una, già lo sapeva. Disse che sì, prof, l’Innominato viveva in un castellaccio, si sentiva solo e pensava alla morte. E che le nuvole si facevano di fuoco. E che, prof, il Manzoni in questo passo ci voleva dire che... Guardò fuori, guardò dentro. Nebbia. Tutti ci vogliono sempre dire che...
Anche stavolta Giulia non si accorse di lui. Staccò il carrello che lei aveva agganciato e gli sembrò di sentire il calore residuo delle mani di lei, ma fu solo un attimo.

© Un racconto di Marco Pedrazzi - Illustrato da Nicole Tecchio - Editing di Maria Teresa Renzi - Sepe
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