Il mondo di laggiù | Racconti Indigeribili

Il mondo di laggiù | Racconti Indigeribili

Scritto da Flavia Catena -
- Illustrato da Sofia Casavecchi


Il mondo di laggiù

Ho paura dei frangiflutti!
Il bambino si aggrappa al salvagente, lo stringe come di notte stringerebbe il pinguino di pezza gigante che suo padre gli ha nascosto in garage, dentro chissà quale vecchio scatolone.
Sei grande, adesso.
Lui, il ladro di peluche, il punitore, ha superato la catena dei frangiflutti, quella che divide il mondo dei bagnanti cauti da quello degli intrepidi. È poi tornato indietro e ci si è fermato accanto per incoraggiare il figlio a raggiungerlo.
Che cosa ti fanno? Vieni, dai! Smettila di fare il fifone.
È buio là sotto.
Sono solo alghe.
No, non è vero!
La linea delle barche sull’orizzonte separa l’azzurro del cielo da quello del mare. Il bambino posa lì lo sguardo, quindi risale con gli occhi tra le vele spiegate e le nubi più su. Smette di tremare se fissa un punto in alto, e ignora ciò che si nasconde sott’acqua.
Che cosa mi avevi promesso?
Il viso del padre è adombrato dalla luce che lo illumina alle spalle.
Che non prendevo il salvagente.
Sai nuotare bene, ormai. E ci sono qui io ad aiutarti.
La madre è sulla battigia, vestita di bianco, e con la macchina fotografica al collo. Accenna un sorriso d’incoraggiamento e agita la mano dando istruzioni.
Più a destra. Un po’ più avanti. Il salvagente ti nasconde la faccia: lascialo!
Il bambino si sgancia. Lo fa senza pensare, seguendo i gesti della madre, la voce del padre, dimenticando che dove sono i frangiflutti è il buio. Basta tenere gli occhi incollati alla nuvola, alla vela, a uno stormo di passaggio, e non guardare.
Bravissimo! Vedi che ce la fai.
Il bambino chiude la bocca, muove le gambe, le braccia, come gli hanno insegnato. Troppo in fretta; è stanco. Rallenta, ma il padre lo incalza. Riprende a nuotare. E l’oscurità da cui s’innalzano i frangiflutti inizia ad allungarsi verso di lui.
Ci sei quasi!
La macchina fotografica mitraglia in lontananza, i suoi scatti vanno al ritmo delle bracciate.
Dai che poi ti prendo il gelato!
Il ladro di peluche non ricorda che il figlio non mangia gelati: i mal di pancia che gli causano non valgono la loro bontà.
L’acqua si è fatta gelida all’improvviso e il bambino piega le ginocchia sul petto, cercando il calore del proprio corpo.
Non battere la fiacca proprio ora.
La voce del padre si fa severa.
È freddo!
In spiaggia, la macchina fotografica si è zittita per un istante.
Un’altra bracciata e lo stomaco del bambino si contrae.
Vedi che non ci voleva poi molto?
C’è qualcosa sotto i suoi piedi, qualcosa che increspa l’acqua come un improvviso soffio di vento.
Ho paura!
Lo ripete di nuovo e di nuovo, mentre il padre gli indica un banco di pesci argentati che saetta alla sua sinistra. L’abbaglio del sole riflesso sull’acqua costringe il piccolo ad abbassare lo sguardo.
Ha aperto la bocca, papà.
Il mondo di laggiù ha denti aguzzi e occhi rotondi, voragini iniettate di sangue. La corrente è il suo fiato: manca di branchie e di squame, e al posto delle pinne ha lunghi tentacoli neri. Con quelli si muove verso il bambino, con quelli lo aggancia al piede destro sfilandogli la scarpetta di gomma azzurra.
Il morso arriva allora. La gamba toccata si addormenta, il cuore si impietrisce, le barche all’orizzonte scompaiono e il cielo si fonde al mare.
Non c’è più nulla a cui aggrapparsi, vela, nuvola, stormo.
Eccoti! Solleva la faccia e guarda la mamma che ci scatta un’altra foto.
Il padre si pettina i capelli con la punta delle dita e sorride.



© Un racconto di Flavia Catena - Illustrato da Sofia Casavecchi - Editing di Maria Teresa Renzi - Sepe


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