Nel deserto arroventato di Rho, in un lunedì indigeribile, tre ragazzini progettano una vendetta esplosiva. Preparatevi.
Racconto scritto da Simone Brizzi - Illustrato da Alessia Fergola
Rho Tempesta Merda
Il caldo ha arroventato i palazzoni degli anni Settanta, le strade deserte e i muri imbrattati di graffiti. Chi poteva è scappato a sud col bagagliaio pieno di valigie e la speranza di non trovare ingorghi.
Ambo è dovuto restare, ma sente che le strade di quel paese oggi gli appartengono, anche con le pezze di sudore sulla maglietta. Il botto che sente nella testa testimonia la loro presenza, la sua e quella dei due che lo stanno aspettando fuori.
La signora Romina però, dietro al banco della cartoleria, è inamovibile. I Mephisto, i Magnum e gli Zeus li vende solo ai maggiorenni. Ad Ambo, al massimo, può dare qualche minicicciolo.
«Ma come?» esclama Ambo.
Lei i petardi ai ragazzini li ha sempre spacciati e a lui l’estate scorsa ne ha venduti un botto.
«Ma le sto antipatico io?». Unisce affanno e sdegno nella voce.
«Macché antipatico, gioia! Mi sono arrivati i carabinieri in negozio! Duemila euro di multa. Me li dai tu? Poi dicono che se salta un dito a un ragazzino, anche solo un mignolo», lo alza di fronte al naso di Ambo, «mi vengono a prendere con le manette. Te capì, gioia? Ma-ne-tte» e incrocia i polsi a X.
Lui fa una faccia alla seh vabbè ed esce dal negozio senza dire una parola.
«Allora? Li hai presi?» chiede il Calda impaziente.
«Macché, dice che l'hanno multata i caramba, ha paura che l’arrestano, non ci vende un cazzo».
«E mm mo? Le memeerde di cavallo?» fa Marino. Lui, unendo tre o quattro Magnum con un elastico e chiudendoli con un foglio di carta, ha trovato il modo di farli esplodere tutti insieme. Il piano era di andare ai Cavallini dietro al maneggio, che è un campo minato, infilare l’ordigno in una montagna di sterco e quando passava uno a cavallo, farlo cagare sotto dalla paura. “Teempesta di merda!” aveva detto Marino, dopo che si erano accordati sul da farsi.
«Niente, tiriamogliela addosso con le fionde». Ambo ha gli occhi sconfitti.
«Ma co coosì il cavallo non si spa spaaventa e po poi ci sporchiamo le dii dita di merda». Anche Marino ha gli occhi sconfitti.
Si siedono sulle panchine davanti alla Standa e fissano il pavimento di sanpietrini.
A un certo punto il Calda alza la testa con gli occhi sgranati: «Mandiamo qualcuno!».
«Chi?».
«Boh, qualcuno. Lo paghiamo dieci euro e ce li facciamo prendere».
L'idea piace a tutti. Escludono i parenti, anche i cugini grandi e fidati. Meglio una persona sconosciuta.
Passano di fianco all'Auditorium e vanno verso la stazione. Li c'è sempre qualcuno seduto a leggere il giornale o a guardare il viavai dei pullman.
Ambo è grasso, ha la forma di una pera e le orecchie a sventola, l’adolescenza ha appena iniziato a trasformarlo. Mandano sempre lui a parlare con gli adulti, perché fa tenerezza. E, a parte Marino, è troppo timido e sembra ancora un bambino, anche se ha la stessa età di Ambo. Il Calda invece è bello grosso. Con lui l’adolescenza ha quasi finito, ma è uno che con gli adulti perde subito la pazienza.
Trovano un vecchio su una panchina di fronte alla grossa fontana rotonda. Ha la faccia incartapecorita di rughe e l'aria di chi ha visto abbastanza. Sta leggendo la Gazzetta. I piccioni attorno sono in visibilio per il pane secco che una signora gli butta a manciate. Altri vecchi sono seduti al chiosco di lato, a bere rosso con le facce gonfie.
Ambo punta dritto alla panca. Quando è chiaro che sta andando verso di lui, il vecchio alza lo sguardo e lo fissa. Fa la faccia del che cazzo vuoi.
Ambo l'espressione la conosce bene, allora sfoggia un sorriso cauto: «mi scusi, io e i miei amici avremmo un favore da chiederle».
«Giovane, gira largo. Andate a rompere i coglioni a qualcun altro» e infila di nuovo il naso nel giornale.
Ambo ritorna da Calda e Marino con gli occhi da cane bastonato.
«Ni nieente eh?».
«Niente».
«Scusate ragazzi» sentono dire.
Momento di silenzio.
«Ragazzi!».
È un uomo sulla cinquantina, in piedi di fianco a un pino. Ha un dito alzato e si avvicina. Indossa gli occhiali da sole, una giacca kaki e le scarpe di vernice. Non capiscono da dove sia spuntato.
«Cosa vi serve? Magari vi posso aiutare».
«Cerchiamo qualcuno per comprare i petardi, noi sono anni che li usiamo e stiamo sempre molto attenti» il sorriso di Ambo è speranzoso. Anche a Marino si illumina il volto.
L'uomo fa finta di pensarci un attimo.
«Mh… Va bene, li compro io, ma a due condizioni».
«Sarebbero?» Al Calda questo non piace.
«La prima è che questa cosa non dovete dirla ad anima viva. La seconda è che lo scambio lo facciamo in un posto tranquillo, che sto facendo una cosa illegale». Alza le mani, mentre guarda uno dopo l'altro con la faccia del ci intendiamo.
«Non possiamo pagare dieci euro e rivederci qua?» dice Ambo.
«Non mi servono i soldi, lo faccio gratis. Però o così o nisba» e ruota la mano col pollice e indice a pistola.
I tre si guardano un attimo, Marino si avvicina all’orecchio di Ambo e gli sussurra: «Ve veediamoci ai Ca Caavallini».
«Cosa vi compro?».
«Trenta euro di Magnum, due scatole, ma i soldi te li diamo dopo, mica che ci fotti», il Calda non vuole scherzi.
Il tipo sorride. «Va bene. Dove ci incontriamo?».
«Ai Cavallini, all’inizio della passeggiata, tra mezz’ora» dice Ambo e strizza un occhio a Marino
«Perfetto. Ci vediamo là».
Il tipo si incammina in via Meda verso il centro, loro prendono via Torino.
Quando arrivano in fondo, dove c’è il bar delle bische di poker, il Calda si ferma. Ha la fronte aggrottata.
«E se ci vuole rapinare?».
«Ma se non ha voluto neanche i soldi!». Ambo galleggiava nella gioia, nella testa smorfie di cavallerizzi con la faccia piena di merda
«E se lo ha detto apposta per non farci insospettire?».
Si guardano preoccupati
«Fermiamoci un attimo da me». Il Calda ha gli occhi grigi, adesso sono freddi.
«A fare?». Ambo e Marino quegli occhi li conoscono bene.
Il Calda mette le mani avanti. «Per sicurezza», fa la faccia del meglio stare tranquilli, «Non mi fido di quel Giacchetta Scarpetta».
Si incamminano verso la sua villetta in via Nino Bixio. Calda porta il solito gilet di felpa con cappuccio che gli veste largo, quello grigio con i buchi e le pezze dei gruppi Nu Metal. Se lo tiene addosso sempre e oggi non è da meno. Quando escono, si può vedere un rigonfiamento all’altezza del torace, proprio sotto la toppa degli Slipknot. Ambo commenta qualcosa sul suo essere sempre esagerato.
Lo stradone fino ai Cavallini è lungo. Usciti da via Nino Bixio si passa davanti all'industria delle robe chimiche. Negli anni ha cambiato nome tante volte. Poi ci sono i prati coi dondoli distrutti e le altalene fatte a pezzi dai vandali. In fondo, dopo i campi di pannocchie, c’è lo stradone sterrato e alberato che tutti chiamano Cavallini. Nessuno sa il nome vero. Non i cavallerizzi figli di papà, non quelli che ci portano il cane a passeggio e neanche i tossici che ci vanno a comprare l’eroina nei cespugli dietro. Per tutti è solo i Cavallini.
I tre avanzano sotto il sole cocente.
«Giacchetta, scarpetta! Ci-compra-i-petardi! Giesse, Giesse, Ci-compra-i-petardi!» Ambo non è mai stato meglio. Marino non smette di ridere. Il Calda è rimasto teso tutto il tempo, ma lui è sempre così.
«Oh, quella è la macchina di Giacchetta Scarpetta? È la macchina del Giesse?». Ambo intravede una station wagon dietro alle siepi, ma potrebbe essere di chiunque. Appena di fianco inizia il campo minato di merda di cavallo. I tre si avvicinano: dentro c'è proprio il Giesse. Scende dalla macchina, ci si appoggia e fa un cenno di saluto con la mano. Solo Marino risponde.
«Allora ragazzi, come promesso. Trenta euro di Magnum, due scatole. Sono sul sedile posteriore, controllate pure».
Il Calda si affaccia al finestrino.
«Tutto a posto?» chiede Giesse.
Il Calda lo guarda negli occhi. «A posto».
«Però c'è un problema». Anche Giesse lo guarda negli occhi.
«Sarebbe?». Il Calda non vuole scherzi.
«Eh, per i petardi sono stato da Romina e le ho chiesto di voi. Mi ha fatto i vostri nomi e mi ha detto che conosce anche i vostri genitori. Dice che la mamma di Marino lavora in un'edicola a Pregnana. Interessante no? Ce ne sono solo due lì, di edicole. Se ci vado la becco subito».
Ambo e Marino si guardano spaventati, il Calda invece continua a fissarlo.
«E quindi cosa vuoi, più soldi?».
«Vi ho detto che i soldi non mi interessano».
«E allora che cazzo vuoi?». Il Calda gli tiene gli occhi incollati.
Lo sguardo di Giesse cambia. Prima era indifferente, adesso è rapace.
«Voglio che mi fate una sega, tutti e tre a turno. E voglio che Marino me lo succhia, anche».
«Co coosa?». Marino si convince di non aver capito.
Ambo ha capito benissimo, ma non riesce a dire niente.
«Se no?». Il Calda ora non sbatte nemmeno le palpebre.
«Se no vado dalla mamma di Marino e le dico che avete cercato di farmi comprare i Magnum. Le dico che quando ho rifiutato mi avete minacciato, e tu» punta il dito al Calda, «mi hai spaccato i vetri dell'auto. Tu sei uno che le fa queste cose. Secondo voi a chi crede?».
Nessuno riesce a dire niente, neanche il Calda. Ambo si guarda attorno, il viale è deserto. Si sentono solo i cinguettii degli uccellini sugli alberi.
Giesse ha la faccia della vittoria. Si slaccia la cintura e abbassa la zip, poi cala pantaloni e mutande fino al ginocchio. Il membro già duro esce come una molla.
Giesse alza gli occhiali sulla fronte, guarda uno ad uno in volto. «Beh, chi inizia? Non Marino, lui per ultimo».
«Inizio io» dice il Calda.
«Bravo, tu sei il più coraggioso». Piega la testa all'indietro e chiude gli occhi.
Ambo e Marino sono ipnotizzati. Non vorrebbero guardare, ma non riescono a staccare lo sguardo.
Il Calda è grosso, svetta sugli altri due di una testa e pesa quasi ottanta chili. Chiude il metro che lo separa da Giesse. La mano sparisce dietro al bordo del gilet e riappare saldamente aggrappata a un martello. Giesse ha ancora gli occhi chiusi e l’espressione compiaciuta. Calda carica il martello di lato e glielo abbatte con forza sulle palle. Giesse si piega in avanti ed esplode in un ruggito. Calda lo colpisce sulla tempia. Il grido si interrompe, Giesse si accascia scomposto contro la ruota della macchina, Calda lo guarda dall'alto. Ci sono schizzi di sangue sulla portiera, sullo sterrato attorno e anche sulla giacca kaki.
Gli altri due si avvicinano in silenzio.
Ambo ha solo un filo di voce. «Che cazzo facciamo».
«Niente, prendiamo i Magnum e ce ne andiamo. Guarda».
Rompe il finestrino dell’auto con due martellate, estrae i pacchetti di Magnum e li passa a Marino. Sorride.
Marino per un attimo è impietrito coi pacchetti in mano, poi se li infila nel tascone dei pantaloncini. Fissa Giesse. L’espressione si indurisce: «Pee pedofilo di merda».
«Calda, ma lo hai ammazzato?». Ambo prima era ipnotizzato dal pene, ora dal sangue.
«Boh, se è morto gli sta bene, legittima difesa».
Giesse emette un rantolo.
«Visto?». Il Calda fa la faccia che era tutto calcolato.
Poi guarda Marino: «Preparane quattro assieme».
«Co coosa».
«Di Magnum cazzo, fai in fretta». Gli occhi grigi di Calda sono eccitati.
Marino agisce come un soldato sotto al fuoco nemico. Prende la scatola e la apre con le mani che gli tremano. Estrae quattro Magnum. Dalla tasca tira fuori gli elastici e la carta. Assembla l'ordigno in un lampo e lo porge al Calda.
C'è una montagnola fresca di sterco vicino alla ruota della station wagon, a mezzo metro dalla faccia insanguinata di Giesse. Il Calda ci infila i Magnum fino in fondo. Dalla tasca fa comparire un accendino e dà fuoco alla carta. Si gira e corre come un fulmine verso il campo di mais. Ambo e Marino lo seguono. Si infilano tra le pannocchie mature e spariscono dalla vista.
Il soffio dell'innesco è l'unico rumore rimasto, anche gli uccellini trattengono il fiato. Il soffio si strozza, il silenzio è perfetto. Sta per esplodere. Sta per esplodere. Niente. Ancora niente.
Poi BUM! Merda dappertutto.

© Un racconto di Simone Brizzi- Illustrato da Alessia Fergola- Editing di Paolo Perlini
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