Un libro in cui la miseria non santifica nessuno e la fame di pane convive con quella, meno commovente, di grandezza.
Recensione di Chiara Bianchi
Negli anni Novanta arrivai a Emanuel Carnevali attraverso un disco. Fu Emidio Clementi a pronunciare per primo quel nome dentro la mia vita, quando Il primo dio apriva Lungo i bordi e la voce dei Massimo Volume faceva della letteratura una faccenda di fiato, ossessione, sopravvivenza. Cercai il libro seguendo quella voce. Da allora Carnevali non è mai stato, per me, soltanto un autore letto. È un autore ascoltato.
Ritrovarlo oggi nella nuova edizione proposta da Catartica, con l’introduzione di Davide Barella, non ha dunque il carattere di una scoperta, ma di un ritorno. La sua scrittura non si è accomodata nella quiete riservata agli autori recuperati, quelli che finalmente possiamo celebrare perché non disturbano più nessuno.
Nel 1914 Carnevali lascia l’Italia a sedici anni, diretto negli Stati Uniti. Fugge da un padre diventato insopportabile e attraversa l’oceano senza possedere ancora la lingua nella quale sarebbe diventato scrittore. In America passa da un lavoro all’altro, fra cucine, pavimenti da pulire e neve da spalare; dorme in stanze miserabili, perde un impiego e ricomincia a cercare. Nel frattempo impara l’inglese e ne fa la propria lingua di scrittura, continuando a usarla anche dopo il ritorno in Italia, quando la malattia ha già cominciato a impadronirsi del suo corpo.
L’italiano nel quale lo leggiamo è quindi una lingua di ritorno, la traduzione curata dalla sorellastra Maria Pia di una voce che aveva dovuto allontanarsi dalla propria origine per riuscire a nominarsi. Attraversa un’autobiografia che, invece di ricomporre la vita, ne conserva gli urti, le contraddizioni e gli improvvisi scarti di tono.
«I giorni in cui non ero preso dal lavoro, ero preso dalla fame», scrive Carnevali, attribuendo alla fame lo stesso potere di occupazione del lavoro. Trascina il proprio corpo da un ristorante all’altro non come cliente, ma come servitore; intanto le poesie gli consumano i pensieri, muovendosi nel cervello prima come formiche e poi come vermi. Tutto mangia qualcosa. Il lavoro succhia il sangue, la fame divora il tempo, la poesia si nutre della mente.
Alla fine di quel passaggio Carnevali si domanda perché continui a preoccuparsi delle parole, se nessuno le ascolta. La risposta arriva poco dopo.
«Sapevo che c’erano fiori nel mio intimo: violette nell’erba alta per i pensieri profondi; rose all’aria aperta per il sangue; fiori di ciliegio per la gioia; peonie al sole per l’amore ardente; margherite per la modestia; denti di leone per il coraggio; botton d’oro per tutto ciò che implica questo nome, per la felicità esaltante; crochi per i vecchi, difficili da raccogliere e una volta colti subito ridotti a niente, e nontiscordardimé che si dimenticano subito, tanto son piccoli e insignificanti.
Ma soprattutto ero, e sono, invidioso, follemente geloso di tutti gli scrittori che abbiano pubblicato più di un libro. Ero geloso (pensate a che punto arrivavo!), geloso perfino di Shakespeare. Sentivo un frenetico bisogno di essere lodato e impazzivo per il desiderio di essere considerato un grande poeta. Il fatto che vi potessero essere poeti maggiori di me mi faceva soffrire. Eppure sapevo di esser futile, il trionfo della futilità.»
Ancora più scoperto è quel passaggio dal passato al presente, «ero, e sono». Non ricorda la gelosia come un difetto giovanile ormai superato, né trasforma la confessione in una prova di maturità. La conoscenza di sé non lo corregge; gli impedisce soltanto di mentire.
È così che Carnevali sottrae la propria miseria a qualsiasi santificazione. La sofferenza non lo rende migliore, la povertà non garantisce una purezza morale e la letteratura non converte la privazione in salvezza. Vuole il pane e vuole la grandezza. Nessuna delle due cose risarcisce l’assenza dell’altra.
Subito dopo, senza alcun raccordo, nella pagina entrano Dio e Cristo. Il titolo non corona un io purificato; accompagna un uomo che conosce la propria vanità e non rinuncia per questo alla pretesa di essere unico. Anche la prosa procede così, per accensioni e correzioni, spingendo l’enfasi fino al suo rovescio comico. Proprio questa resistenza alla pacificazione rende difficile trasformare Carnevali in un esempio, sebbene la sua vicenda solleciti quasi inevitabilmente una lettura storica. Nell’introduzione intitolata Morire per un tozzo di pane, Davide Barella ricostruisce il viaggio americano dello scrittore dentro la grande emigrazione italiana. Nelle pagine conclusive Barella conduce poi il discorso verso le migrazioni contemporanee, affidandosi anche alla propria esperienza nella mediazione culturale, nell’asilo politico e nella scuola.
Dopo aver riconosciuto queste differenze, tuttavia, torna a raccoglierle in «un’unica grande ragione». Il saggio si chiude richiamando insieme la ricerca di una vita migliore e la morte di Carnevali, soffocato nel 1942 proprio da un pezzo di pane. «Tutti cercano un tozzo di pane, a patto che non sia, beffardamente, l’ultimo.»
La circolarità è impeccabile, forse troppo per un libro che lascia ogni cosa in conflitto. È qui che la mia lettura si separa da quella di Barella. La necessità materiale non è secondaria, ma nessuna ragione comune basta a contenere vite tanto diverse. Pensare in anticipo chi migra verso l’Italia come un povero disgraziato rischia inoltre di fare della compassione un’altra forma di distanza. Compiangere qualcuno prima di conoscerlo significa talvolta avergli già assegnato una sorte.
Carnevali stesso non parte soltanto per un tozzo di pane. Fugge da un padre, rifiuta la vita che gli è stata preparata, va verso l’ignoto e desidera diventare un grande poeta. La necessità economica devasterà il suo corpo, ma non contiene per intero la sua partenza; accanto al bisogno resta un’ambizione smisurata, poco commovente e proprio per questo irriducibile al destino esemplare dell’emigrante.
Barella intitola una delle sezioni del saggio Storia di uno, storia di molti. La formula può essere letta anche nella direzione contraria. Carnevali non è uno che permette di comprendere tutti gli altri, ma uno che impedisce ai molti di diventare una categoria. La sua vita introduce nello schema qualcosa che i dati, le analogie storiche e perfino le intenzioni più generose non riescono a trattenere.
La nuova edizione ha il merito di rimettere in circolo questa singolarità. L’introduzione le costruisce intorno un contesto e, proprio dove non convince del tutto, riapre la discussione anziché chiuderla. Un libro resta vivo non perché possiamo appiccicargli un tema odierno, ma perché la sua voce continua a guastare le categorie con cui vorremmo sistemarlo.
Emidio Clementi ha definito Carnevali un «padre scellerato, e spirituale. Quel riconoscimento passò nella voce dei Massimo Volume, nella musica, nei concerti, e raggiunse persone che forse non avrebbero incontrato Carnevali in alcun manuale. Fra quelle persone c’ero anch’io. La domanda su chi possa ascoltare le parole ha così ricevuto una risposta molto tempo dopo essere stata scritta. Clementi le ascoltò abbastanza profondamente da condurle dentro la propria voce; io ascoltai Clementi e risalii al libro. Oggi Catartica aggiunge un altro passaggio a questa trasmissione.
Carnevali non aveva bisogno di essere salvato dall’oblio, né di diventare l’emblema pietoso di una storia collettiva. Aveva bisogno di qualcuno che lo ascoltasse. Lo stiamo ancora facendo.

Titolo: Il primo Dio
Autori: Emanuel Carnevali
Casa editrice: Catartica edizioni
Pagine: 160
Pubblicazione: 31 luglio 2026
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