Una riflessione sul potere, sull’incertezza e sulle forme contemporanee del carisma
Recensione di Chiara Bianchi
Sciamanismo (Edizioni di Atlantide, 2026. Traduzione di Matteo Trevisani) comincia dagli sciamani Mentawai con cui Manvir Singh ha vissuto e lavorato in Indonesia, ma presto il suo oggetto si allarga. Da una parte ci sono pratiche, trance, guarigioni e rituali; dall’altra la storia del modo in cui l’Occidente ha costruito la categoria stessa di “sciamanismo”. Mircea Eliade, Åke Hultkrantz, Michael Harner entrano così nel racconto perché le loro teorie hanno contribuito a stabilire che cosa riconosciamo come sciamanico.
La prima parte intreccia etnografia e storia delle idee. Singh discute i modelli che hanno cercato nello sciamano una figura stabile, fondata sull’estasi, sul viaggio dell’anima, sul rapporto con gli spiriti. La sua risposta non è abbandonare la comparazione, ma tentare una definizione più minima, capace di attraversare culture diverse.
A tenere insieme gli sciamanismi è soprattutto il rapporto con l’incertezza. Malattia, morte, fortuna, futuro aprono uno spazio nel quale qualcuno può rivendicare una conoscenza ulteriore e intervenire dove gli altri non possono. Singh resta scettico sull’efficacia delle guarigioni e sposta la domanda. Non tanto se lo sciamano guarisca davvero, quanto perché gli venga attribuito un potere e come quel potere riesca a conservarsi.
L’incertezza, però, non opera nello stesso modo quando Singh porta il confronto dentro il presente. Nel caso dei gestori finanziari resta centrale la promessa di dominare esiti difficilmente prevedibili. Con i protagonisti della Silicon Valley il meccanismo è diverso e riguarda soprattutto la costruzione dell’autorità. Dove il futuro di un’impresa è ancora quasi tutto da dimostrare, il fondatore deve convincere investitori e pubblico di possedere qualità fuori dall’ordinario. Eccentricità, disciplina estrema, pratiche di auto-ottimizzazione e atteggiamenti quasi profetici possono concorrere a produrre una figura separata dall’ordinario, investita di una capacità di previsione che spesso precede le prove.
È proprio qui che la comparazione di Singh diventa insieme suggestiva e più esposta. Non perché tycoon, manager e sciamani vengano fatti coincidere, ma perché il libro scompone lo sciamanismo in alcuni meccanismi, il controllo dell’incerto, la produzione del carisma, l’attribuzione di capacità eccezionali, e prova a riconoscerli altrove. Resta allora da chiedersi fino a che punto questi elementi possano essere separati dai contesti che li hanno prodotti senza perdere la loro specificità.
La seconda parte è la più viva. Neosciamanismo e turismo spirituale fanno emergere un paradosso contemporaneo. Ciò che appare remoto acquista il prestigio di una conoscenza perduta, mentre pratiche immaginate fuori dal mercato diventano disponibili come viaggio, ritiro, cerimonia.
Singh ridimensiona anche il legame ormai automatico fra sciamanismo e psichedelia. Non nega gli usi rituali antichi di sostanze psicoattive, ma contesta la genealogia di uno sciamanismo universalmente e originariamente psichedelico. Alla sostanza accosta un’altra via verso la trance, centrale nei rituali Mentawai, la musica. Il ritmo dei tamburi, la danza e la ripetizione costruiscono lentamente un’esperienza immersiva nella quale la trance può estendersi tra i partecipanti. Singh racconta di aver avvertito egli stesso, durante queste cerimonie, la tentazione di lasciarsi trascinare. La trance appare così meno come un’esperienza isolata della coscienza che come uno stato favorito da un ambiente condiviso, nel quale il ritmo, la durata del rito, l’attesa e la presenza degli altri agiscono insieme.
Nelle pagine finali Singh allarga il discorso all’antropologia. A suo giudizio, l’attenzione alle differenze culturali avrebbe finito per rendere sospetta la ricerca delle somiglianze e degli universali. È qui che Ernesto De Martino offre un controcampo utile. In Il mondo magico interpreta la magia non come residuo irrazionale, ma come risposta culturalmente elaborata alla “crisi della presenza”, il rischio di perdere la capacità di essere e agire nel mondo. In La terra del rimorso, studiando il tarantismo salentino, mostra come musica, danza e rito possano dare una forma culturale alla crisi e al suo superamento. De Martino non rifiuta la comparazione, ma riporta le ricorrenze alle condizioni storiche che danno loro senso. Singh tende a chiedere che cosa ritorni; De Martino obbliga a chiedere che cosa renda quel ritorno ogni volta diverso.
Il merito di Sciamanismo sta forse meno nell’aver trovato una definizione che nell’aver riaperto una domanda rischiosa. Quanto possiamo cercare ciò che accomuna senza ridurre le differenze a variazioni dello stesso modello? Singh non scioglie la tensione, ma mostra perché vale ancora la pena attraversarla.

Titolo: Sciamanismo. La religione senza tempo
Autrice: Manvir Singh
Casa editrice: Atlantide edizioni
Pagine: 368
Pubblicazione: 24 giugno 2026
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