Quando le donne uccidono | Alia Trabucco Zerán

Quando le donne uccidono | Alia Trabucco Zerán

Perché sì, lo sanno fare anche le donne
Recensione di Simonetta Gallucci

«Assassine, rispondo sempre quando mi chiedono qual è l’argomento del mio libro. Sto studiando casi di donne assassine. E ogni volta, come in un copione già noto, si verifica la stessa scena. Uomini e donne aggrottano la fronte, mi guardano compunti, fanno cenno di sì con la testa e approvano la mia decisione di affrontare un problema così urgente, così terribile, così comune in America Latina. È il mio turno. Il momento in cui devo correggere l’equivoco, scandendo lettera per lettera, e constatare che l’empatia si trasforma in disapprovazione e diffidenza. Invece di sentire la parola assassine, per uno strano lapsus tanti capiscono il contrario: assassinate». 

Comincia così Quando le donne uccidono di Alia Trabucco Zerán, edito in Italia da SUR nella traduzione di Gina Maneri. E se non fosse per questo titolo, che si staglia in bianco su uno sfondo rosso, se ci soffermassimo soltanto sui quattro sguardi femminili rappresentati in copertina, forse anche noi cadremmo nello stesso lapsus. Il motivo è di una brutalità schiacciante: per abitudine. In Italia nel 2025 sono stati commessi 97 femminicidi, 34 nel primo semestre del 2026, 8 nel solo mese di agosto, l’ultimo appena qualche settimana fa. E allora perché l’autrice ha deciso di parlare non di donne uccise ma di donne che hanno commesso omicidi? Chi sono, perché proprio loro?

La prima è Corina Rojas, che nel 1916, epoca in cui il divorzio era illegale, commissiona l’uccisione del marito, un uomo che la rendeva infelice. La seconda è Rosa Faúndez, venditrice di giornali, che non solo ammazza il marito, reo di averle sottratto dei soldi per darli alla sua amante, ma lo fa anche a pezzi. La terza è María Carolina Geel, all’anagrafe Georgina Silvia Jiménez, una scrittrice che spara all’amante nel bar dell’Hotel Crillón. E infine María Teresa Alfaro, domestica, che avvelena i tre figli e la nonna della famiglia presso cui presta servizio. 

Ciascuna di queste donne ha agito in momenti chiave del movimento femminista, che dalla prima ondata agli inizi del Novecento passa per gli anni Venti, quando le donne cominciano a inserirsi nel mondo del lavoro, si spinge agli anni Cinquanta e all’ottenimento del diritto di voto, per arrivare agli anni Sessanta, quelli della liberazione sessuale. 

Con un’analisi acuta e lucida, che affianca e giustappone dossier, sentenze, articoli di giornale, documenti corrosi dal passare del tempo e fotografie, inframmezzata da stralci dei diari tenuti nel corso della ricerca, l’autrice arriva così al nocciolo della questione: la “rappresentazione discorsiva” delle donne criminali. Perché ciò che accomuna i quattro casi di cronaca è proprio il modo in cui Corina, Rosa, María Carolina e María Teresa sono state descritte: dominate dall’ideale di un amore romantico, dalla passione o dalla gelosia; maschiacce, femmes fatales, anormali. Un’eccezione, insomma. Ma a cosa? Alla figura sottomessa e mite della moglie, a quella angelicata della madre. Questa è la loro colpa, e non quella di aver avvelenato, sparato o squartato un altro essere umano: ancor prima di contravvenire alla legge penale hanno infranto quella, non scritta ma pervasiva in una cultura che era e resta patriarcale, di genere, comportandosi poco “da donna”. E quando una donna viene uccisa per aver rifiutato il compagno o il marito, per possesso, per dinamiche di potere, non è questa stessa disobbedienza a essere punita?

Mi sono avvicinata a questo libro per ragioni effimere (en mi Chile lindo ci ho lasciato un frammento di cuore, svariati anni fa), lo consiglio perché credo sia giusto leggerlo, per compiere una trasgressione collettiva in un mondo che impone visioni monolitiche: coltivare spirito critico.

Titolo: Quando le donne uccidono
Autore: Alia Trabucco Zerán
Pagine: 252
Casa editrice: SUR
Pubblicazione: giugno 2025

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