Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica | Viktor Šklovskij

Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica | Viktor Šklovskij

Recensione di Chiara Bianchi

«Mentre si scrive non bisogna pensare che, siccome gli altri scrittori mettono un’immagine del cielo, allora bisogna che ce la mettiamo anche noi.»

Il problema non è il cielo, ma il motivo per cui lo abbiamo messo. Šklovskij invita a partire dall’opera e dal suo progetto, per capire se proprio lì quell’immagine sia necessaria. La risposta non può essere: perché si fa così.

Scrittore e critico russo, Viktor Šklovskij fu tra i fondatori dell’OPOJAZ e uno dei maggiori teorici del formalismo russo. Nella collana Storie, Quodlibet ripropone Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica nella traduzione di Pia Pera, accompagnata da una prefazione di Vittorio Strada e da un saggio di Emanuele Trevi.

Il titolo promette un mestiere e una tecnica, ma il libro non consegna un repertorio di soluzioni. Ogni volta torna alle opere, al modo in cui una forma regge, alla ragione per cui una scelta produce un effetto in quel testo e non può essere trasferita altrove senza perdere qualcosa.

Strada, nella prefazione, insiste sul passaggio dal «come è fatto» al «come si fa». Prima della tecnica dello scrittore viene quella del lettore. Non si smonta un libro per recuperarne i pezzi, ma per capire il rapporto che li tiene insieme. La tecnica esiste dentro l’opera e se separata dal rapporto tra le sue parti diventa una formula da ripetere.

Anche un’immagine riuscita può diventare un automatismo. Ripetuta abbastanza a lungo, entra nella pagina prima ancora di essere scelta. È contro questa naturalezza apparente che lavora Šklovskij, contro le forme già pronte, le immagini che sembrano letterarie perché altri le hanno usate, le soluzioni accolte senza domandarsi quale necessità abbiano proprio in quell’opera.

«Scrivere è difficile» dice Šklovskij e aggiunge che non è possibile farlo affidandosi soltanto all’ispirazione. Ai principianti consiglia frasi semplici ed esatte. Non prescrive una lingua povera. La semplicità, per lui, non è un ideale estetico, ma un esercizio di precisione.

Nelle pagine dedicate agli esordi scrive: «Nel primo libro ci comportiamo da spreconi.» Il primo libro sembra poter spendere tutto ciò che la vita ha accumulato fino a quel momento. Il secondo arriva quando quella riserva si è già assottigliata e il mestiere non è ancora abbastanza saldo. Del terzo Šklovskij dice che sarà forse il libro decisivo. L’esordio non rivela ancora uno scrittore, lo espone al lavoro che viene dopo.

Nella prefazione, Trevi scrive che «le “regole della letteratura”, invece, non sono mai pacificamente separabili dalle opere in cui si incarnano». Poco prima ha richiamato Mandel’štam e la trina di Bruxelles, il cui disegno si regge su «aria, traforo, assenza ingiustificata». La tecnica non può essere estratta da un’opera e conservata come una formula indipendente dalla forma che l’ha prodotta.

Gli automatismi cambiano. Cambiano le immagini, i modelli, le frasi riconoscibili come letterarie. Resta la domanda posta da Šklovskij.
Perché questo cielo?

Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica
Traduzione di Pia Pera
Con i saggi di Vittorio Strada ed Emanuele Trevi

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