Un romanzo per palati raffinati, dalla prima all’ultima pagina (copertina inclusa)
Recensione di Simonetta Gallucci
Quest’anno al Salone del Libro ho incrociato un’amica che non vedevo da un po’ e, come era prevedibile, siamo finite a parlare di romanzi. «In fondo», mi ha detto lei, mentre io tentavo di fendere il muro di persone che mi separava dagli stand che volevo visitare, «alcuni libri sono fatti per passare, e altri per restare: dovremmo puntare ai secondi». Inutile dire che ho lasciato cadere il braccio, rassegnandomi all’impossibilità di stare al passo con le nuove uscite.
Dopo aver letto Una spirale di nebbia, romanzo di Michele Prisco che ha vinto nel 1966 il Premio Strega, mi sono ritrovata a pensare alle parole della mia amica che, nel suo sermone pedagogico (senza offesa), non aveva tenuto conto di una terza categoria: quei romanzi nati per restare e che poi, per congiunture avverse, per percorsi impredicibili o chissà per quale altra ragione, vengono dimenticati; così, immeritatamente passano e noi, se qualcuno venisse a chiedercene conto, risponderemmo con un’alzata di spalle indifferente. Michele Prisco, per esempio, io non l’avevo mai sentito nominare, eppure con questo romanzo ha vinto quello che forse è il più prestigioso premio italiano per la narrativa, mica la coppa del circolo amici del Vomero.
Se si volesse raccontare la trama di questo romanzo, si potrebbe iniziare dicendo che Fabrizio Sangermano, rampollo (ma pecora nera, inetto tanto nello studio quanto negli affari) della più potente e ammanicata famiglia dell’alta borghesia napoletana, in una battuta di caccia (perché confinato a vivere in campagna dal parentado) uccide (ma si è trattato di un omicidio o di un incidente?) la moglie Valeria (milanese, che lo ha sposato per amore, o per ambizione). Questo è soltanto l’inizio, e non rende alcuna giustizia all’intreccio. Le parentesi, poi, non le ho messe per mio vezzo: è che l’intero romanzo sembra muoversi “tra parentesi”, andando a esplorare le pieghe (e le piaghe) della famiglia Sangermano, ma anche di quelle a loro vicine, come Maria Teresa e Marcello, o Lavinia e Vittorio, fino al ménage famigliare del giudice che segue le indagini. E lo fa con una lingua raffinatissima, che avviluppa e trascina sempre più a fondo, nell’intrico di una vicenda il cui esito non può essere né certo né definitivo.
«La verità molto spesso non è solo squallida, è anche ridicola, vergognosa al punto che il pudore ci dissuade dal manifestarla sino a preferirle la complicità del silenzio che la ricopre, e perché poi diventi a un tratto palese a tutti ci vuole lo scandalo», scrive l’autore, in un passaggio che sembra quasi una dichiarazione d’intenti. Perché la sua è una scrittura spudorata nel mostrare le piccole meschinità, la pochezza di quelli che si atteggiano a grandi uomini, il decoro indossato come un cappello solo quando si sta per varcare la porta di casa. Insomma, ricorda il bambino della fiaba di Andersen, quello che punta il dito e urla: «Il re è nudo!»: non si sa se essere più ammirati da ciò che Prisco scrive o dalla maestria con cui lo fa.
Ci sono libri che passano, libri che restano e libri a torto dimenticati ma, per fortuna, ci sono anche case editrici come Utopia capaci di riprendere questi ultimi, rifare loro il look (vogliamo parlare della bellezza di questa copertina?) e rimetterli al posto che meritano.

Titolo: Una spirale di nebbia
Autore: Michele Prisco
Pagine: 344
Casa editrice: Utopia Editore
Pubblicazione: luglio 2026