Di Monopoli allena l’occhio e la mente di chi legge a guardare la provincia del Sud senza ridurla a cartolina del degrado o a repertorio pittoresco.
Recensione di Chiara Bianchi
Si sente, nell’aria croccante, il silenzio dei luoghi di una provincia pugliese fatta di macchia mediterranea, case sparse, tratturi che sembrano dissolversi nel nulla e invece conducono sempre al punto esatto in cui qualcosa si inceppa. Omar Di Monopoli, nel suo nuovo romanzo Il santo degli assetati, pubblicato da NN Editore, racconta un territorio arso, remoto, febbrile, nel quale la sete non è soltanto una condizione climatica, ma una forma di obbedienza. L’acqua, qui, non è mai innocente. È promessa, ricatto, necessità, proprietà, strumento di dominio.
Chi arriva da fuori può avere l’impressione di trovarsi in un luogo abbandonato anche dal cielo. Ma sarebbe un errore. In questa provincia Dio non è assente. È stato sostituito dai suoi intermediari peggiori, dai preti, dai malacarne, dagli uomini che conoscono le scorciatoie della paura e sanno trasformare ogni bisogno in sottomissione. Non è un luogo dimenticato da Dio. È un luogo in cui Dio è stato appaltato.
La vicenda prende avvio dall’arrivo di alcuni funzionari chiamati a occuparsi della questione idrica. Sulla carta, si tratta di procedure, sopralluoghi, progetti, autorizzazioni. Nel corpo vivo del territorio, invece, ogni gesto tecnico diventa un’intrusione, ogni promessa di progresso una minaccia, ogni firma una possibile condanna. Il dissalatore non è soltanto un’opera pubblica, ma la miccia che rivela ciò che già esisteva sotto la polvere. Perché in questo Sud di Di Monopoli tutto si fa proprietà privata, e quasi mai a beneficio di qualcuno. Nemmeno di chi crede di possedere davvero la terra, l’acqua, i vivi.
Il romanzo procede come una favola nera, con il passo del noir e la nervatura di un western mediterraneo. I buoni non restano mai del tutto buoni, i cattivi non sono semplici maschere del male, ma figure radicate in una geografia di fame, devozione, soprusi e convenienze. I malacarne tengono le redini delle scelte legate alla loro terra perché ne conoscono le crepe, le dipendenze, le superstizioni. Accanto a loro agisce un’altra legge, meno vistosa ma non meno feroce. È quella dei preti. Non la legge di Dio, attenzione, ma quella di chi ne amministra il nome, la colpa, il perdono, il favore.
Dentro questa doppia giurisdizione, criminale e clericale, l’onore diventa una moneta falsa che tutti continuano ad accettare. «E nella vita l’onore di un uomo la prima cosa è», la frase suona come il distillato di un mondo in cui le parole più solenni servono spesso a coprire le pratiche più brutali. L’onore non redime, non protegge, non eleva. Ordina i rapporti, stabilisce gerarchie, legittima ritorsioni. È una legge orale che pretende il rispetto della liturgia, anche quando la liturgia puzza di sangue vecchio e interesse privato.
Di Monopoli allena l’occhio e la mente di chi legge a guardare la provincia del Sud senza ridurla a cartolina del degrado o a repertorio pittoresco. La sua Puglia è impastata di comicità brutale, violenza, abbandono, devozione storta, bellezza selvatica. A tratti la storia dei funzionari che arrivano da un altrove apparentemente più ordinato e finiscono dentro un’esperienza di conoscenza e rischio può sembrare quasi una forzatura narrativa. Eppure niente appare più reale di ciò che accade dentro questa favola nera, proprio perché il romanzo lavora sul punto in cui l’eccesso smette di essere invenzione e diventa metodo di lettura del mondo.
A governare tutto c’è anche una precisa economia del silenzio. «Meno cose si sanno aggiro, meglio stiamo tutti», in questa frase è racchiusa un’intera educazione alla sopravvivenza. Una forma di prudenza che confina con la complicità, ma anche il riconoscimento feroce di un territorio in cui sapere troppo può diventare una condanna. La conoscenza non libera sempre. A volte espone. A volte mette in pericolo. A volte costringe a scegliere da che parte stare, quando nessuna parte è davvero pulita.
La lingua accompagna questa pressione. Non leviga il territorio, non lo rende esotico, non lo mette in posa. Lo lascia bruciare. Di Monopoli procede con una narrazione tesa, capace di tenere insieme neologismi, torsioni dialettali, termini ricercati, materia popolare e accensioni quasi barocche. La frase corre, si sporca, s’increspa, cambia temperatura. Non cerca una medietà rassicurante, ma una voce che sappia contenere insieme il comico e il minaccioso, il triviale e il sacro, la polvere dei tratturi e l’improvvisa precisione lessicale di una lama affilata.
In questa lingua, il paesaggio non fa da sfondo, ma detta le condizioni morali della storia. La sete diventa una grammatica collettiva. C’è chi ha sete d’acqua, chi di potere, chi di salvezza, chi di una verità che non arrivi già compromessa. E c’è chi ha sete di fuga, soprattutto tra i personaggi femminili, figure di età diverse, eppure inscritte nello stesso orizzonte sociale, rinchiuse in realtà apparentemente lontane e omologate dalla violenza. Sono donne che conoscono il peso dei legami, delle case, dei padri, dei mariti, dei santi, delle reputazioni. Non abitano tutte lo stesso destino, ma respirano la stessa aria viziata, quella di un mondo in cui anche il desiderio di andarsene deve fare i conti con il controllo degli altri.
Di Monopoli ci costringe, fino alle ultime pagine, a rivedere le posizioni, le innocenze presunte, le distanze tra chi osserva e chi partecipa. Nessuno dei personaggi attraversa davvero intatto questa storia.
Il santo degli assetati è un romanzo sulla ferocia dell’appropriazione di ciò che dovrebbe restare comune. L’acqua, la terra, la giustizia, perfino il sacro. E forse, il santo del titolo non salva gli assetati. Li guarda. Sta lì, muto.

Titolo: Il santo degli assetati
Autore: Omar Di Monopoli
Casa editrice: NNE
Pagine: 208
Pubblicazione: 2026
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