Le persone che dormono sotto lo stesso tetto fanno gli stessi sogni?
Recensione di Simonetta Gallucci
Negli ultimi tempi dell’università vivevo in un grande appartamento in condivisione con una mia coetanea e due ragazzi più giovani, matricole da poco approdate nel grande bailamme milanese. Il primo, a qualche mese dal suo arrivo, una sera ci fece: «Quando dico che vivo con ragazze più grandi gli altri mi invidiano. Ma loro non sanno che significa vedervi la mattina in pigiama, col trucco sfatto della sera prima, o avere a che fare con voi quando vi viene il ciclo…» e, con una voce più acuta e gli occhi che al cielo, «…insieme!», sbottò.
Lo so, la sincronia mestruale è un falso mito, ma in quel periodo si rivelò un’evidenza empirica. So anche che come intro suona abbastanza fuori luogo, ma per un romanzo come questo qualunque approccio convenzionale risulterebbe stonato.
E poi, il ricordo del mio coinquilino dell’epoca è stato il primo pensiero che mi si è affacciato alla mente quando ho letto questa domanda: «le persone che dormono sotto lo stesso tetto fanno gli stessi sogni?». Anche in questo caso, non sembra sia stato scientificamente dimostrato, eppure è quanto accade a Geng Shanwu e Xu Ruhua, protagonisti di La vecchia nuvola fluttuante, romanzo del 1986 di Can Xue (una delle esponenti più acclamate della letteratura cinese contemporanea), edito da Utopia (che dell’autrice ha già pubblicato La città del fumo, La strada di fango giallo e Dialoghi in cielo). Geng e Xu sono vicini di casa da otto anni e vivono con la moglie Mu Lan e la loro figlia adolescente lui, e con il marito Kuang lei. La ciclicità della natura regola la vita delle due famiglie fin dall’incipit: «Colmi di pioggia, i grandi fiori bianchi del gelso erano diventati pesanti. Uno cadde a terra con un paf». Non si tratta di una descrizione poetica e innocua, quanto della soglia attraversata la quale il confine tra dimensione reale e onirica si fa via via più sfumato, fino a scomparire. Ci si ritrova così immersi in una narrazione surreale, a tratti metafisica, popolata di insetti e figure che si aggirano intorno alle case, senza riuscire a stabilire cosa sia reale e cosa immaginato. In quest’atmosfera, costantemente sospesa tra conscio e inconscio, si consuma un adulterio trasversale alle coppie, che lega Geng e Xu al di là dei sogni in comune e disgrega ciò che ruota attorno alle loro vite.
Dopo lo straniamento iniziale, la sensazione è quella di sprofondare: nelle ossessioni dei protagonisti, in un mondo dal quale si intuisce di non poter uscire indenni. Perché sì, le pagine di questo romanzo gettano nell’inquietudine, rischiarata a sprazzi da frasi che, anziché rasserenare, generano domande. «In realtà anche io ho una regola, ma è quella di essere un incapace», dice Geng a Xu in uno dei loro incontri; e lei, col ventre prima arido e poi gravido di canne, risponde: «Sei come un’ombra, non sei niente. In effetti anche io sono così, ma la cosa non mi preoccupa e non penso di cambiare […]. Fra quelli come noi, ce ne sono che vogliono cambiare e ci riescono, così diventano normali; altri però non ce la fanno, ma non sono contenti di non essere nulla, vogliono darsi delle regole e per questo lottano invano per tutta la vita».
E noi, quando posiamo la testa sul cuscino, sfatti, con quel tremendo nulla che ci assale, possiamo raccontarci di essere tra quelli che ce l’hanno fatta oppure che si sono dati per vinti, rassegnati a essere niente? Insomma, La vecchia nuvola fluttuante è un libro per chi dorme poco e si fa troppe domande, dal quale si emerge ancora più insonni e pensierosi, con un unico punto fermo: volerne leggere altre, di storie come questa.

Titolo: La vecchia nuvola fluttuante
Autore: Simonetta Gallucci
Traduzione: Maria Rita Masci
Casa editrice: Utopia
Pagine: 120
Pubblicazione: 12 giugno 2026