Il sistema del tatto | Alejandra Costamagna

Il sistema del tatto | Alejandra Costamagna

Un romanzo “di confine”
Recensione di Simonetta Gallucci

«Cos’è un confine?», si chiede Nadia Terranova nella prefazione di questa nuova edizione (la prima è del maggio 2020) de Il sistema del tatto di Alejandra Costamagna, una delle più grandi esponenti della letteratura latinoamericana contemporanea. «È più di un paese», continua, «è una zona che di paesi ne contiene almeno due, contaminati e separati allo stesso tempo. Chi vive sul confine ha lo sguardo aumentato, è bifronte, può guardare a nord e a sud; a volgere lo sguardo dal confine sono persone che hanno consuetudine con l’andare, il partire, il tornare. Chi, fra gli umani, conosce il confine non si stupisce della vita». E, se si volesse racchiudere in una definizione il senso di questo libro, basterebbe dire soltanto: «è un romanzo di confine». 

Ma quale confine? E qui la prospettiva si apre, perché la narrazione si muove su più livelli e la parola “confine” assume accezioni differenti. Spaziale, tanto per cominciare, in quanto l’innesco della vicenda è il ritorno a Campana, paese nel nord-ovest dell’Argentina, di Ania, per dare un ultimo saluto ad Agustín, un cugino del padre. Lì è conosciuta come la chilenita: ogni estate, difatti, accompagnata dal padre attraversava la cordigliera per passare l’estate a casa dei nonni. Si innesta così, sulla prima, una seconda soglia: quella tra il presente e il passato; da una parte Ania quarantenne, in quello che diventa per lei un viaggio nella memoria, e dall’altra Agustín che, quasi prigioniero di una terra che pure è la sua ma alla quale lui non sente di appartenere e dalla quale vorrebbe fuggire, racconta della chilenita e del turbamento scaturito dalla promessa di un altrove tanto visibile all’orizzonte quanto inavvicinabile. Sullo sfondo, poi, un terzo personaggio, che racchiude il senso dello sradicamento e dello straniamento che ne consegue: Nelida, la madre di Agustín, di origine piemontese, che ha traversato l’oceano per sposare Aroldo e che, dallo strappo del distacco, nel passaggio in terra straniera, ha smarrito sé stessa. Ma ciò che contraddistingue il romanzo ancor più della storia è la commistione tra vicende narrate, fotografie, lettere, esercizi di dattilografia di Agustín (tutti reperti che Ania scova nel suo ritorno a Campana) e stralci tratti dal Manuale dell’emigrante italiano in Argentina, (un documento storico, datato 1913 e attualmente conservato nella biblioteca di Biella, un compendio di consigli per essere accolti e non percepiti come stranieri); è questo ciò che fa sì che si compia il superamento di un ulteriore confine: quello tra generi. 

Il sistema del tatto, quindi, è un’opera ibrida, capace di racchiudere lo sguardo «aumentato e bifronte» di Alejandra Costamagna, e restituire quel desiderio di appartenenza che accomuna gli emigrati di qualunque tempo e da qualsiasi luogo e che, dolorosamente, più si insegue e più sembra sfuggire. Così non resta che un’ultima arma: le parole che, come scrive l’autrice, «sono ordigni che occupano il confine tra la pelle e il mondo». E, aggiungerei, lo valicano.

Titolo: Il sistema del tatto
Autore: Alejandra Costamagna
Traduzione: Maria Nicola
Casa editrice: Edicola edizioni
Pagine: 176
Pubblicazione: aprile 2026

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