Recensione di Chiara Bianchi
Tutto sembra partire da un dildo sparito. Poi però no: il vero inizio è quando l’ex viene sbattuto in galera per averla massacrata di botte. Eppure anche quello, a pensarci bene, è solo un capitolo intermedio: l’origine sta più indietro, in un prima che non smette di fare rumore. Quando la narratrice rientra a Shittysburg dopo un ricovero psichiatrico, trova la casa alleggerita, non nel senso della serenità, ma dei furti: qualcuno le ha portato via ciò che per lei contava davvero. Da quell’assurdità quasi comica (ma con il fondo sporco delle cose serie), la storia si mette in moto come un’inchiesta: lei fruga nelle vite degli altri, andate avanti mentre lei era “fuori scena”, e insieme scava nel proprio passato, rimasto invece congelato nei traumi. Il risultato è un tentativo di ricomposizione: recuperare oggetti, sì, ma soprattutto ricostruire una continuità, rimettere in fila i pezzi di sé senza fingere che siano intatti.
Rachele Salvini con Shittysburg, terzo titolo della collana Stormo di Pidgin edizioni, costruisce una storia di rovina e di (possibile) rinascita ambientata in una cittadina americana dove tutto puzza di fumo, birra e disillusione: odori che non descrivono solo un luogo, ma un’etica. Shittysburg è un nome che sembra una gag e invece è un destino: più che un toponimo, un umore permanente, una grammatica del “tirare avanti”. In questo paesaggio la protagonista incontra uomini sbagliati, non “mostri” da fiaba nera, ma presenze ricorrenti, ruoli sociali travestiti da persone. La stranierità (del luogo, della lingua, delle regole implicite) non è soltanto cornice: è esposizione. Essere fuori posto significa essere più vulnerabile, ma anche vedere i codici con più precisione, come chi non è ancora anestetizzato dall’abitudine.
Salvini trova la sua misura migliore: la forma breve. La scrittura non cerca bellezza nel senso decorativo: cerca aderenza. E soprattutto non organizza l’esperienza per renderla più digeribile. La narratrice non è qui per essere salvata, ma per essere ascoltata. È una differenza sottile e decisiva: lo sguardo del testo non è quello del soccorso, ma quello dell’attenzione. Non “poverina”, ma “guardala”. Non “come si esce”, ma “che cosa succede quando ci sei dentro”.
Anche il lessico, con quei “cazzi” che sembrano troppi lavora nello stesso modo: non come ammiccamento, non come colore, ma come clima. L’eccesso diventa saturazione, e la saturazione fa sentire la monotonia della minaccia: la riduzione del corpo a territorio, del desiderio a diritto, del linguaggio a strumento di possesso. Il fastidio che può provocare è parte dell’effetto: se ti irrita, sta facendo attrito con l’idea comoda che le cose brutte possano essere raccontate in modo “pulito”.
Molto significativa anche la scelta di inserire note al testo. Non sono un vezzo: funzionano da stacco di corrente, da gesto di controllo. In una storia in cui la protagonista è stata definita dagli altri (dal compagno violento, dal sistema, dalla diagnosi) annotare significa riprendersi la cornice. Non per addolcire, ma per nominare: e nominare è già una forma di potere.
La violenza subita sembra metterla sulla strada della “salute mentale”. Shittysburg non romanticizza la sofferenza né la trasforma in palestra motivazionale. Suggerisce piuttosto una verità più scomoda: l’urto non cura, ma chiarisce. Non porta pace, porta lucidità. E quella lucidità, lontana dall’essere “perdita”, appare come una specie di vista notturna: fa male perché illumina ciò che molti preferiscono chiamare con nomi gentili. La rinascita, se c’è, non è un ritorno all’innocenza; è un patto con lo sguardo.
Shittysburg si muove con precisione: sporco senza compiacimento, comico senza consolazione, personale senza diventare confessionale. Un testo che cerca di non tradire ciò che racconta. E nel panorama della narrativa ben educata fino all’anestesia, questo graffio è un gesto raro, quasi un sollievo.

Titolo: Shittysburg
Autore: Rachele Salvini
Casa editrice: Pidgin
Pagine: 92
Pubblicazione: 2025