I beati anni del castigo | Fleur Jaeggy

I beati anni del castigo | Fleur Jaeggy

Un romanzo di formazione che ci fa tornare al freddo di un collegio svizzero degli anni Cinquanta, I beati anni del castigo viene scritto da Fleur Jeaggy senza che il tempo riesca a scongelare il passato della protagonista, che ricorda quegli anni senza spensieratezza e con uno sguardo tagliente.

Recensione di Claudia Fogliani

I beati anni del castigo di Fleur Jaeggy, pubblicato per la prima volta nel 1989 da Adelphi, potrebbe definirsi con estrema facilità come un romanzo di formazione, di cui presenta una struttura superficiale in sintonia con il genere: una voce in prima persona ricostruisce gli anni dell’adolescenza in un collegio, circondata dagli sguardi indifferenti di compagne, istitutori e dalle altrettanto fredde Alpi svizzere. 

Nonostante ciò, nel mezzo della conversazione che instaura con questa tradizione letteraria europea, la protagonista si schiarisce la voce e inizia un monologo dissonante: il racconto a posteriori di momenti della sua infanzia e dell’adolescenza non porterà all’idealizzazione del passato, ma a un’inquietudine persistente che scaturisce dall’angoscioso presentimento che proprio quelli, gli anni del castigo, siano stati i più intensi della propria vita. Se il romanzo sfugge all’esemplarità dell’infanzia come momento cardine dell’esistenza, lo riesce a fare perché la tratta come un periodo complesso in cui suoi personaggi, spesso, vi rimangono intrappolati: “Nei collegi, almeno in quelli dove sono stata, si protraeva, quasi sino alla demenza, un’infanzia senile. Noi sapevamo perché quelle ragazze grandi, di spossata vivacità, nelle ore di ricreazione stavano sedute, come in attesa, a bisbigliare tra di loro o a curarsi la pelle. Erano la consorteria delle vissute; avevano già dato se stesse al mondo, o almeno così pretendevano”. 

Tra tutte le compagne di collegio, Frédérique sarà la figura che esprime la complessità delle prime amicizie, quei rapporti che si fondando su un contrasto di emozioni che sfumano dall’odio, all’ammirazione, all’innamoramento. La protagonista ha una forte ammirazione per Frédérique, che “non ebbe mai bisogno di inchinarsi, perché il suo modo di rispettare gli altri incuteva rispetto” e non nasconde che forse addirittura la amava. Diversamente dalle altre studentesse, anonime e dai contorni incerti, il personaggio viene creato dall’io narrante attraverso una debita distanza che le permette un’osservazione dettagliata e paradossalmente incompleta: vengono raccontati i chiodi fissi della ragazza – “Era in ordine, Frédérique, ossessivamente ordinata come i suoi quaderni, come la sua calligrafia, come i suoi armadi” – che cercano di mettere insieme un’identità. 

Il collegio risulta essere uno spazio troppo ristretto per dare forma alla complessità dell’io. La protagonista ne esce spesso, molto presto al mattino, per godere del vuoto e del distacco con il mondo: “malafelicità”, così definisce la sensazione che prova mentre osserva il paesaggio e sottolinea la natura ambivalente del sentire durante l’adolescenza: “Esigeva la solitudine, era uno stato di ebbro e tranquillo egoismo, una vendetta felice. Mi sembrava che quella ebbrezza fosse un’iniziazione, e il malessere della felicità dovuto a un apprendimento magico, a un rito. Poi, si guasta. Non provai più quella particolare sensazione. Ogni paesaggio costruiva la sua nicchia e vi si rinchiudeva”. La natura effimera e al contempo persistente nella memoria di questa emozione rende questo momento ancora più fondazionale nell’io, che proprio come il paesaggio, si cristallizza e si richiude intorno a sé stesso e al proprio passato. 

Jaeggy ci restituisce in I beati anni del castigo un “esercizio di fustigazione”, come lei stessa lo definisce, tracciato con lo sguardo freddo, anzi, glaciale, di una protagonista che si appropria di tutto quello che ha intorno, che spia le proprie compagne e ricerca in loro una storia a cui appigliarsi per tracciare i propri, di contorni.

Titolo: I beati anni del castigo
Autore: Fleur Jaeggy
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 107 pp. 
Pubblicazione: 1989

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