Il tatto come linguaggio universale, tra filosofia, neuroscienze e tabù sociali
Recensione di Chiara Bianchi
Neurobiologa e divulgatrice, lavora tra Italia e Svezia, Marta Paterlini pubblica il saggio La pelle che pensa (Codice Edizioni) e parte dalla fisiologia del tatto fino a toccare i punti più fragili dei legami familiari. Non si parla solo di recettori, ma di corpi: la madre malata, la figlia anoressica. La pelle è il luogo dove si depositano le nostre storie, il piano in cui la biologia e la biografia si incontrano.
Il saggio ha il merito di riportare il tatto al centro di un tempo che lo teme, lo regola, lo sospende. Paterlini mostra come la pelle sia insieme confine e memoria. Il tono è ibrido: spiegazione scientifica e racconto personale scorrono nella stessa pagina. Ne risulta una divulgazione accessibile senza rinunciare alla complessità e all’esposizione emotiva di chi scrive.
Alcune sezioni restano particolarmente impresse. Sul prurito, per esempio, si scava nella differenza tra lieve fastidio e cronicità che diviene condanna quotidiana, una spirale graffio – sollievo – dolore.
L’abbraccio viene osservato nei suoi diversi livelli: reazione chimica, gesto sociale, memoria affettiva. Le pagine sulle ricerche più recenti aprono uno scenario in cui l’essere umano appare schermato da una sensibilità estesa persino alle macchine.
L’intreccio con il privato è un altro asse importante. Legami, cura, prossimità dei corpi. Questo coinvolgimento permette al saggio di non restare soltanto una rassegna di studi, ma una lunga interrogazione sul significato di toccarsi dentro le relazioni con gli altri.
Proprio per questo, quando il linguaggio inciampa, l’attrito si avverte con forza. Quando si parla di autismo, per esempio, affiora un lessico datato che appartiene alla tradizione clinica più che a un discorso consapevole sulle differenze: formule come “affetto da” compaiono quasi automatiche.
Espressioni che non sono innocue. “Affetto da” è il modo in cui, per decenni, si è parlato di malattie da compatire, di mali che piombano addosso. Si è affetti da qualcosa che colpisce, che rovina, che guasta. Spostata sull’autismo, la persona diventa paziente, destinataria di pena, figura definita dal proprio “difetto”. Nel dibattito pubblico e nelle comunità coinvolte, si sono affermate scelte linguistiche diverse, come ad esempio neurodivergente, persona autistica. Continuare a scrivere “affetto da” significa restare agganciati a uno sguardo che vede prima la patologia e dopo la soggettività.
In un saggio qualunque, questa potrebbe sembrare una questione di puntiglio terminologico. In La pelle che pensa, invece, tocca il cuore del progetto, perché il libro stesso chiede esplicitamente di ripensare il nostro sguardo sulla gerarchia dei sensi, riconoscendo al tatto una densità emotiva e politica spesso negata. È come se, dopo aver affinato il tatto, la lingua continuasse a indossare i guanti.
Questo non annulla i punti di forza del libro ma li complica.
Un saggio informato e coinvolgente, capace di restituire al tatto il peso che ha nelle nostre biografie: dalle proibizioni implicite dell’infanzia alle nuove paure nate con la pandemia e con il discorso sul consenso.
Resta una doppia impressione: da un lato la gratitudine per un testo che costringe a interrogarsi su quanto e come tocchiamo, dall’altro una sottile irritazione linguistica, come un prurito a bassa intensità, persistente. È il punto esatto in cui la riflessione sul tatto, per completarsi, deve passare anche attraverso la scelta delle parole.

Titolo: La pelle che pensa. Il tatto come linguaggio universale, tra filosofia, neuroscienze e tabù sociali
Autore: Marta Paterlini
Pagine: 288
Casa editrice: Codice edizioni
Pubblicazione: 15 ottobre 2025