Un romanzo che procede come una processione, per stazioni, invocazioni, ritorni.
Recensione di Chiara Bianchi
Pastorale mediterranea di Gerardo Spirito (effequ, 2025) è un romanzo a stazioni, un romanzo-breviario. Non tende un filo unico, ma avanza per episodi che si chiamano da un capitolo all’altro con oggetti, luoghi e figure che tornano. L’architettura è dichiarata (parti, breviario, coda), e nella coda l’autore riporta esplicitamente la sua poetica: «I testi di Pastorale mediterranea sono concepiti come fossero preghiere: canti, confidenze. E come fiabe.» Il libro mantiene la promessa: un fabulario liturgico in forma di romanzo.
Il passo è quello di una processione breve. La prosa lavora sul ritmo: frasi a respiro controllato, anafore, elenchi di oggetti, piante, gesti. Non per abbellire, ma per dare continuità. Si procede per ritorni e variazioni, come in un ufficio delle ore. È questo respiro a tenere insieme ciò che, altrove, verrebbe cucito con l’intreccio.
Dentro questo respiro si stringe il fuoco: giudizio, misericordia, responsabilità. In Storia del giudizio Giona cerca il senso del sacro senza scorciatoie: il dialogo col giudice mette a nudo la distanza tra rito e vita. Nel Trittico del questuante la carità scivola dalla piazza alla stanza: prima l’urto pubblico, poi l’accoglienza concreta da Amilcare. Il Breviario non interrompe, anzi, radica con figure e toponimi che immergono chi legge in una geografia che topografia morale: i tratturi come prova, le piazze come tribunale e rischio di violenza , le stanze come luogo di cura, le grotte e i boschi come varco e limite (la radura della Parabola luminosa). La mappa coincide con l’etica, che non è proclamata ma praticata. La cornice geografica sta tutta nei luoghi dell’Appennino centro-meridionale lungo la fascia dei tratturi di transumanza (area Majella–Matese–Sannio), con affacci tirrenici e margini di palude e pianura interna. I toponimi e gli usi richiamano un Sud interno mobile, attraversato più per stazioni che per confini netti. Per geografia morale e sguardo etico, risuona quel Sud osservato senza consolazioni da Carlo Levi e Ignazio Silone.
La seconda parte stringe l’inquadratura e mostra come il coro sociale e il silenzio del lutto siano due prove della stessa tonica: la responsabilità. Una piazza può diventare boato e pietra; una stanza può diventare respiro corto e memoria. Persino il miracolo, quando arriva con il suo bagliore, non promette alcuna assicurazione sulla vita: illumina, non salva. Fino alla scena-limite, dove «[…] appeso con una corda a una trave, pencola il corpo rigido di Addolorata.» La frase, nuda, è il sigillo: nessuna retorica.
Qualche volta l’accumulo insiste, il ritmo s’impasta. Ma il testo se ne accorge e apre fenditure: una lapidazione, una corda, un diniego netto. Questi tagli tengono sveglia la lingua e impediscono alla devozione di farsi patina.
Alla fine resta l’identità formale e chiara di un romanzo a stazioni. Non consola: chiede attenzione. Allena lo sguardo a riconoscere il sacro nel quotidiano e rimette sulle spalle di chi legge una parte della responsabilità. E questo, per un libro che sceglie il passo dell’oralità, è un risultato pieno.

Titolo: Pastorale Mediterranea. Fabulario delle erbe amare
Autore: Gerardo Spirito
Pagine: 273
Casa editrice: effequ
Pubblicazione: 19 settembre 2025