Un romanzo che si dipana per frammenti, dove il silenzio si fa voce narrante e gli altri sensi si acutizzano per cogliere un mondo fatto di odori e sensazioni, ferite familiari e tensioni culturali.
Recensione di Paolo Perlini
Il silenzio è la voce che ho scelto di Mona Arshi è un romanzo dalla forma originale: brevi capitoli che sembrano frammenti, lampi di pensiero, capaci di restituire la voce interiore di Ruby e il mondo che la circonda. Non c’è una trama lineare, ma un tessuto di immagini e sensazioni che, intrecciandosi, rivelano poco a poco le ferite di una famiglia e le tensioni di una comunità sospesa tra due mondi.
Ruby smette di parlare a nove anni, dopo un piccolo inciampo sulla parola “sorella”. Il suo mutismo diventa una protezione, un linguaggio alternativo:
«Qualunque cosa che valga la pena essere detta può essere scritta sull’unghia di un dito o nella giuntura di una mandorla sgusciata… io credo di essere un’esperta nell’arte e nella solitudine del silenzio».
Il suo silenzio è osservazione, introspezione e scrittura interiore. E in questo mutismo gli altri sensi sembrano acutizzati; l’olfatto, ad esempio, le permette di cogliere il mondo in dettagli che sfuggono agli altri:
«La loro cucina aveva l’odore di vecchie uova sode, al quale si aggiungeva quello del fumo di tabacco scuro, e c’era anche un altro odore che non riuscivo a distinguere, forse perché quando sei giovane non hai ancora annusato tutte le cose che annuserai».
Oppure: «Ci sedemmo sul divano più logoro e più lungo del mondo e l’intera stanza aveva un odore di piedi e libri, ed era bello».
La madre, quando non è soggetta a cicliche depressioni, comunica attraverso i gesti e i ritmi del quotidiano, la sorella Rania con le parole e la vivacità, ma anche attraverso la pittura. I dipinti di Rania diventano per Ruby oggetti di fascinazione e di tensione emotiva: «Mi fanno male i bulbi oculari quando guardo troppo a lungo un dipinto di Rania».
In quel confronto tra il silenzio e il colore, tra il ritiro e l’esuberanza, emerge la profondità della loro sorellanza.
Il padre si vede come un elefante, un animale affidabile e solido, ma agli occhi di Ruby appare come un canarino, un essere fragile il cui ruolo principale è quello di individuare precocemente i segnali di disturbo nella famiglia.
Oltre ai familiari più stretti, la vita della protagonista è intessuta di figure che ne segnano l'esperienza. Ci sono i parenti, come la Nonna Biji, che con le sue storie e pozioni rappresenta il legame con la tradizione e le radici indiane, la Zia Numero Uno, severa voce della comunità, e Manju, un'amica di famiglia la cui follia funge da inquietante presagio.
Non mancano le figure della comunità, come i vicini indiani Panesar, una famiglia sikh, e Eena Parker, la levatrice eccentrica che aveva fatto nascere più bambini di chiunque altro.
Infine, ci sono gli incontri che definiscono l'innocenza e la perdita: David Girdleston, il ragazzo che l'ha baciata per primo, e Clare, l'amica di penna che le scrive una lettera straziante, due giorni dopo il suo dodicesimo compleanno, per dirle che non può più corrispondere con lei, poiché suo padre non glielo permette dato che Ruby è pachistana.
Arshi riesce a oscillare tra crudezza e grazia. Anche quando affronta temi dolorosi – malattia mentale, razzismo, violenza – la scrittura rimane delicata. Ruby diventa testimone di un mondo che parla troppo ma ascolta poco, e la sua voce interiore, ironica e attenta, guida il lettore nella vita quotidiana, nei legami familiari e nelle piccole epifanie che emergono nei momenti più bui.
Non c’è un finale ordinato o risolutivo, ma forse proprio qui risiede la sua verità: la vita raramente offre chiusure nette.
Arshi ci regala un romanzo sospeso, delicato, in cui il silenzio stesso di Ruby continua a parlare molto dopo l’ultima pagina. È un odore che ti rimane addosso, come quello di un cibo gustoso.
Nelle indicazioni di quarta di copertina, 8otto edizioni indica la posologia: assumere un mini-capitolo al giorno per imparare a vedere con gli occhi di Ruby.
Io ho scelto la terapia d’urto: tutto in ventiquattro ore per mantenere poi la dose omeopatica di un capitolo al giorno.
«Non mi permetteranno di vederti. Credo che sia perché percepiscono la mia disperazione dal mio odore – cerco di nasconderla, ma la paura animale mi si appiccica addosso».

Titolo: Il silenzio è la voce che ho scelto
Autore: Mona Arshi
Traduzione: Cristina Cicognini
Casa editrice: 8tto edizioni
Pagine: 248
Pubblicazione: 9 settembre 2025
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