Tra le montagne della Kirghisia, un bambino sogna di raggiungere il suo battello bianco.
Una storia di innocenza, crudeltà e speranza.
Recensione di Paolo Perlini
Nelle foreste della Kirghisia, tra le montagne che si specchiano nell’immenso lago Issyk-Kul’, c’è un piccolo posto di guardia, un pugno di case affacciate su un torrente impetuoso che scende dal Monte Sentinella. In questo angolo remoto del mondo vivono tre famiglie e un solo bambino, di sette anni, con la testa tonda e le orecchie a sventola. Orfano di fatto, è cresciuto dal nonno Momun, un uomo mite e paziente, guardia forestale ormai anziana, unico custode di un sapere antico fatto di miti e rispetto per la foresta.
Per il bambino, tutto ciò che lo circonda è vivo: i massi lungo il torrente hanno dei nomi. Il suo preferito si chiama Carro armato, ma c’è anche Cammello accucciato, Sella, Lupo. Le nuvole si trasformano in animali, il vento racconta storie. Questa fantasia lo salva ogni giorno, distogliendolo dal dolore di essere un orfano e dal grigiore della sua vita. Una fantasia che la sera, è alimentata dai racconti del nonno. «In quelle notti anche i monti più alti hanno paura e si stringono più che possono alla nostra casa, alla luce delle nostre finestre».
La sua vita ruota attorno a un sogno: il battello bianco che ogni giorno attraversa le acque dell’Issyk-Kul’. Lo osserva con il binocolo, dalla cima del Monte Sentinella, e immagina che a bordo ci sia suo padre, un marinaio che un giorno tornerà a prenderlo. Quando la realtà diventa troppo dura, sogna di trasformarsi in un “bambino-pesce”, nuotare controcorrente lungo il torrente e raggiungere quella nave lontana, simbolo di salvezza e di purezza e con essa, la sua vera, piena felicità.
Accanto al nonno e al bambino ci sono zia Bekej e suo marito Orozkul, la guardia forestale, uomo violento e frustrato, incapace di accettare la propria sterilità e la miseria in cui vive. Orozkul incarna tutto ciò che è meschino e corrotto: abusa del suo ruolo, sfrutta il vecchio Momun e tradisce il patto sacro con la natura vendendo di nascosto i tronchi della foresta protetta. La sua brutalità si abbatte non solo sulla moglie, ma su tutto ciò che rappresenta bellezza e armonia.
Ajtmatov costruisce attorno a questi personaggi un mondo sospeso tra mito e realtà. Momun racconta al nipote le leggende del popolo kirghiso, come quella della Madre Cerva dalle Corna Ramose, la divinità che salvò due bambini e diede origine alla stirpe dei Bugu. Questi racconti si intrecciano alla vita quotidiana, e la foresta diventa uno spazio sacro, dove ogni albero e ogni animale sono parte di un ordine antico. Ma quando nel bosco appaiono tre cervi – forse discendenti della Madre Cerva – il miracolo si trasforma in tragedia: per il bambino e il nonno è un segno di speranza, per Orozkul solo una preda da abbattere.
Il finale, amaro e struggente, risponde con un silenzio che pesa come la neve sulle cime kirghise. Di fronte alla distruzione del suo mondo reale e morale, il bambino compie l'atto più radicale e puro di resistenza: non si rassegna, non si adatta alla corruzione. La fantasia lo ha salvato dalla solitudine, dalla tristezza, dal suo essere orfano; nonostante tutto, lo salva anche alla fine.
Un piccolo capolavoro di purezza e dolore, un canto per l’infanzia e per la natura violata.
Sorprende che un libro così, così pieno di poesia, non sia tra le letture che formano le nuove generazioni.

Titolo: Il battello bianco
Autore: Činghiz Ajtmatov
Traduzione: Gigliola Venturi
Casa editrice: marcos y marcos
Pagine: 200
Pubblicazione: 2025-09-17
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