Recensione di Chiara Bianchi
Ci sono libri che arrivano tardi, ma quando arrivano, fanno rumore.
Susan Hill ha scritto Sono il re del castello nel 1970. In Italia, ha dovuto attendere oltre cinquant'anni per essere letto. Un silenzio lungo, inspiegabile, forse persino colpevole. Perché questa non è una storia qualsiasi. È un romanzo che scava in silenzio, senza scalpore.
L’infanzia, qui, non ha pudore né grazia: è un teatro crudele, senza sipario, dove la famiglia non consola, ma congela. Un luogo d’affetti ipotetici, dove ognuno recita la parte dell’altro senza mai capirne la lingua.
Nella sua prima edizione italiana, pubblicata da Safarà Editore, tradotta da Lorenza Di Lella e una prefazione di Esther Freud, Susan Hill varca la soglia della nostra lingua con passo misurato. Il suo stile resta, nella maggior parte dei casi, fedele a sé: asciutto, teso, povero di aggettivi e ricco di ferite.
Hill non consola, non modera. Incide.
Il cuore del romanzo pulsa in un luogo preciso: Warings, la casa. Un castello simbolico, certo, ma soprattutto una prigione. Dentro le sue stanze grigie si aggirano due bambini – Edmund Hooper e Charles Kingshaw – come due animali in cattività. Uno, il predatore. L’altro, la preda. Ma non è così semplice, mai.
Perché Charles, il fragile, ha dentro una disperazione così pura da bruciare. Ed è lui, non Edmund, a pronunciare quella frase che dà il titolo all’opera.
«Sono il re del castello», lo pronuncia non come un’affermazione, ma come una menzogna momentanea, una speranza malriposta, un’illusione. È la voce di un bambino che vuole credere di non essere più in gabbia.
E mentre i due ragazzini si affrontano in una guerra senza armi, fatta di sguardi, silenzi, minacce sottili e chiarissimi «ti ammazzo», gli adulti intorno a loro brillano per la loro cecità.
«Charles, ricordi cosa ti ho detto? Essere coraggiosi non significa non avere paura di niente».
La madre di Charles, Helena, è forse la figura più tragicamente comune del romanzo. Una donna gentile, affabile, che desidera solo essere sistemata. Non amata, non capita: solo “a posto”. Crede che avere un uomo accanto sia sufficiente per trovare la serenità, e chiama questa resa felicità.
Non si accorge della sofferenza del figlio, o forse la rimuove. Perché guardarla significherebbe mettere in discussione la sua illusione. E lei non può permetterselo.
Joseph Hooper aveva detto: «A volte i bambini non si rendono conto di quello che dicono».
Mr. Hooper, d’altra parte, non è un padre: è un amministratore di silenzi. Osserva, impone, ma non ascolta. È più distante di un estraneo. A volte sembra addirittura temere l’oscurità di suo figlio, i suoi sguardi giudicanti.
Il romanzo, pur senza alzare mai la voce, grida: i figli non sono mobili da sistemare nelle stanze della nuova vita. Hanno bisogno di ascolto, non solo di tetto. Di amore, non solo di struttura.
Susan Hill ci mostra come l’insicurezza non sia solo una condizione infantile, ma una compagnia perpetua.
Kingshaw si sente inadeguato, sbagliato, superfluo. Ma chi non si è mai sentito così?
Le sue paure, le sue fughe, il suo dolore sono lo specchio delle nostre fragilità adulte. Quelle che camuffiamo sotto il trucco delle responsabilità, della carriera, della famiglia. Ma sotto, sotto, il bambino resta. E spesso, resta ferito.
L’insicurezza non ci rende migliori. Non ci redime. Non ci eleva. Ma ci rende reali. È l’unica verità che possiamo toccare con mano. È il nodo in gola che ci ricorda che siamo vivi.
Charles Kingshaw non trova una via di fuga. Non la trova in sua madre, non la trova in sé. Non la trova nemmeno nella natura, che nel romanzo ha il volto dell’inganno: promette pace e dà perdizione.
Alla fine, sceglie il silenzio. Non per vendetta, non per colpa. Ma perché non c’è più spazio. Il suo gesto finale è una dichiarazione muta: questa non è una vita per me.
Eppure, è anche una domanda rivolta a noi:
quante volte ci siamo convinti che bastasse un matrimonio, una casa ben arredata, una cena in silenzio per chiamarla serenità?
Ma la serenità non è la felicità. È solo un rumore basso che copre l’urlo.
E talvolta, come in questo romanzo, non basta.
Sono il re del castello non ha re. Solo macerie.
È un libro amaro, che racconta molto di noi.
Sapeva di odiare Hooper. Era la prima volta che odiava qualcuno, e quell'odio aveva un sapore intenso, di un'intensità sconcertante. Gli avevano sempre detto che odiare è sbagliato, ma lui non ci aveva mai riflettuto seriamente, perché era un sentimento che non gli apparteneva. Le persone in genere gli piacevano. Certo, non gli piaceva Crup: ma se qualcuno non ci piace non significa che lo odiamo, e ormai sapeva come comportarsi con Crup. Invece, gli erano bastati pochi giorni per rendersi conto che quello che provava per Hooper era odio. Era un sentimento che lo terrorizzava, avrebbe voluto smettere di provarlo, ma sapeva che non sarebbe mai successo, almeno finché fosse rimasto a vivere in quella casa insieme a Hooper.
Ma forse non resterò qui per sempre, pensò. E sovrappensiero posò sul tavolo il triangolo di plastica.

Titolo: Sono il re del castello
Autore: Susan Hill
Traduzione: Lorenza di Lella
Casa editrice: Safarà editore
Pagine: 288
Pubblicazione: 26 giugno 2025
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