La terra al di là | Gene Wolfe

La terra al di là | Gene Wolfe
Grafton, la guida smarrita: tra sogno e parodia

Recensione di Chiara Bianchi
 

La terra al di là di Gene Wolfe pubblicato da Edizioni di Atlantide nella preziosa collana Blu Atlantide, arriva per la prima volta in traduzione italiana. Tradotto con grande cura da Beatrice La Tella e Sandro Pergameno, il romanzo esce come un’opera tardiva e marginale, ma forse proprio per questo ancora più interessante. È l’ultimo libro scritto da Wolfe prima della sua dipartita nel 2019, e ne reca le tracce: uno stile che ha perso ogni desiderio di compiacere, una struttura che rifiuta il decoro, e un protagonista che sembra inciampato in una parabola di cui ha perso le coordinate morali prima ancora che narrative.

Il protagonista, Grafton – aspirante scrittore di guide turistiche – tenta di entrare in uno stato dell’Europa orientale che non appare sulle mappe. Lì tutto è offuscato, irraggiungibile, ostile. Lì viene arrestato, affidato a un misterioso padrone di casa, e trascinato in una spirale fatta di polizia segreta, spettri, necromanzia, mani mozzate e ministri dell’interno con denti aguzzi. La JAKA, versione locale di un’autorità imperscrutabile e autoritaria, lo coinvolge in un’indagine dai contorni incerti. Ma ogni svolta pare più allucinata che strategica, e Wolfe ci invita a dubitare di ciò che leggiamo con la stessa insistenza con cui il protagonista pare dimenticarlo.

Il narratore di La terra al di là è quanto di più distante si possa immaginare da una guida affidabile. Dice una cosa e ne fa un’altra, si dimentica dettagli cruciali, si affida con leggerezza a chiunque gli offra un alloggio o un’arma, omette passaggi e confonde i toni – a volte sembra divertirsi, a volte scompare per interi capitoli. Il lettore è costretto a intuire ciò che non viene detto, a dubitare di ogni affermazione, a leggere tra le righe. La sensazione non è tanto di smarrimento, quanto di una deliberata cecità. Si legge come se si percorresse un sentiero montano con una torcia che illumina solo i piedi.
Il tono oscilla tra l’ironico e il profetico, il grottesco e il burocratico. C'è una vena postmoderna che gioca con il realismo magico, con i romanzi di spionaggio, con la fiaba sinistra e l’incubo geopolitico. Grafton è al tempo stesso turista e prigioniero, protagonista e comparsa. Il mondo che lo circonda ha qualcosa dell’Est Europa post-sovietico ma anche dell’inconscio gotico di un sogno infantile. Eppure – ed è forse il paradosso più interessante – Wolfe sembra suggerire che questo luogo impossibile esiste davvero: proprio nella letteratura.

Non mancano momenti di bellezza vertiginosa, come accade sempre nei romanzi di Wolfe: frasi che si aprono come ventagli, immagini che sembrano affiorare da un’altra epoca o da un’altra lingua, che qui si affiancano a una logica di sottrazione, come se Wolfe scrivesse in levare, lasciando solo ciò che non si può spiegare. Le svolte si risolvono con brusca semplicità, i personaggi femminili restano in ombra. Si ha l’impressione che Wolfe giochi a togliere, più che a chiarire, come se volesse che il romanzo restasse sospeso, incompiuto, per principio.

Eppure, c’è qualcosa di profondamente commovente in questa bizzarra anti-guida. Forse perché è l’ultima. O forse perché La terra al di là è anche un’allegoria dell’aldilà stesso, raccontato da un uomo che ha sempre scritto come se fosse già morto da tempo. L’assenza di coordinate, la presenza dei fantasmi, la lingua che si sgretola sotto i piedi: tutto rimanda a una soglia, a un confine – proprio quello che Grafton cerca di attraversare fin dalle prime pagine. Ma in questo romanzo, come nella vita, il passaporto smarrito può diventare il solo documento valido.
Un’opera minore, sì. Ma non mediocre. E di certo mai accomodante. Come tutte le cose di Gene Wolfe, anche La terra al di là chiede di essere letta più volte, e sempre da un’angolazione diversa. Una lettura che somiglia a una malattia lenta, o a un sogno ricorrente che si ostina a presentarsi con volti sempre nuovi. Se è vero che il lettore ideale di Wolfe è sempre stato un detective, qui più che mai quel lettore dovrà armarsi di pazienza, sospetto e desiderio.

Fischiettavo ancora quando ci sedemmo a un tavolo all’aperto in un bar che era più o meno in fondo alla strada. (Intendo: per quanto si possa dire “in fondo alla strada” in quella città folle. A Puraustays gli isolati erano quadrati o rettangolari, ma per lo più quadrati. Qui alcuni erano rotondi o a forma di rene).



Titolo: Gene Wolfe
Autore: La terra al di là
Traduzione: Beatrice La Tella, Sandro Pergameno
Casa editrice: Atlantide
Pagine: 384
Pubblicazione: 2025

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