Cosa succede quando la realtà evapora e il sogno non consola? Can Xue ci trascina nella sua scrittura, dove ogni racconto è una stanza senza finestre. Tredici visioni, tredici vertigini. Non per capire: per perdersi.
Recensione di Chiara Bianchi
Utopia ci regala un’altra raccolta di racconti firmata Can Xue, tradotta dal cinese da Maria Rita Masci, dal titolo La città del fumo. È un banco di nebbia in cui ci si smarrisce con voluttà. Si entra sperando in un racconto e si finisce in un sogno mal cucito, dalle cuciture visibili, tagli storti, geometrie in disaccordo con la logica. Ma attenzione: questo disorientamento non è un difetto: è la poetica stessa di Can Xue, autrice radicale e inclassificabile, erede di Kafka, Borges e Beckett, ma fedele soltanto al proprio universo allucinato.
Il volume raccoglie tredici racconti brevi, apparentemente scollegati, ma uniti da una topografia mentale comune: una città indefinita, dall’aria spesso irrespirabile, abitata da personaggi spaesati in cerca di qualcosa che forse non esiste. Un non luogo, uno stato dell’essere, una mappa emotiva disegnata con silenzio, allucinazione e disorientamento.
Nel primo racconto – quello che dà il titolo alla raccolta – la città del fumo è un luogo reale e al tempo stesso irreale, una città avvolta da una cappa di smog, dove il cielo è sempre bianco e il protagonista vaga senza mai trovare un rifugio stabile. Questo racconto iniziale non è solo una soglia d’accesso: è un filtro depositato sull’intero libro, che colora ogni racconto successivo con una patina opaca, altera le proporzioni, sospende il giudizio. Anche quando il fumo non c’è più, si sente che qualcosa non ha mai smesso di bruciare.
Can Xue – pseudonimo di Deng Xiaohua – nasce nel 1953, in un’epoca in cui scrivere era pericoloso. E forse proprio da lì viene la sua esigenza di scrivere non sul reale ma oltre il reale: come se solo l’assurdo, il sogno, la vertigine potessero raccontare verità indicibili. I suoi racconti sembrano esperimenti mentali: cosa accade a una mente sotto pressione? Come si deforma la percezione quando il mondo intorno non offre più appigli?
I personaggi sono funzioni del desiderio, ombre pensanti, prigionieri di edifici che cambiano forma, di scale che non portano da nessuna parte, di madri e padri che dominano da lontano come entità mitologiche. L’effetto non è tanto inquietante quanto perturbante: la sensazione di essere entrati in un sogno altrui, e che quel sogno ci riconosca.
Il “fumo” del titolo non è semplice atmosfera: è sostanza ontologica. Avvolge, cela, stordisce. Ma non è solo nebbia: è memoria infantile, è trauma, è confusione spirituale. Can Xue sembra suggerire che il vero senso delle cose si rivela solo quando smettiamo di cercarlo con gli occhi aperti.
Questi racconti sono come quadri astratti: esistono per essere osservati, non spiegati. E qui Can Xue mostra una delle sue virtù più sorprendenti: l’inquietudine che sa generare senza mai urlare, il modo in cui la psicosi si insinua in silenzio nelle cose più ordinarie.
Tra le molte virtù stilistiche di La città del fumo, spicca la capacità di Can Xue di costruire un’intera architettura narrativa con materiali instabili: prospettive che si incrinano, personaggi che sfumano nel nulla, spazi che si piegano come carta bagnata. La sua scrittura è un organismo vivo, che respira nebbia e restituisce incubi, e il lettore non legge: abita. Ogni racconto è una stanza con porte che non conducono da nessuna parte, ogni frase è un gradino di una scala che sale e scende contemporaneamente. Il punto di vista si muove come un insetto impazzito: ora dentro, ora fuori, ora altrove. Il tempo non scorre ma gocciola, e l'identità è sempre sul punto di disfarsi. È una letteratura che non descrive: ipnotizza. Si insinua ovunque, lasciando una patina sottile, una memoria incongruente, un disagio fecondo.
Probabilmente, non piacerà a tutti. E per fortuna. È un libro per chi accetta di entrare in un testo come in una stanza buia, senza torcia né mappa. Per chi ama i racconti che non si chiudono, ma si moltiplicano dentro. Per chi, leggendo, è disposto a perdersi.
In un mondo che vuole sempre tutto chiaro, veloce, funzionale, Can Xue ci ricorda che c’è bellezza anche nel non capire. E che la letteratura, come la nebbia, serve proprio a questo: a nascondere per rivelare meglio.
Difficile giudicare le cose del mondo, tutto è possibile, così per prudenza non mi mossi.
(da La via del ritorno)

Titolo: La città del fumo
Autore: Can Xue
Traduzione: Utopia
Pagine: 224
Pubblicazione: 2025
Compra sul sito dell'editore
Ti è piaciuto questo articolo? Dacci una mano! Il tuo aiuto ci consente di mantenere le spese di questa piattaforma e continuare a diffondere l'arte.
L'associazione si sostiene senza pubblicità ma soltanto con le tessere associative e l'impegno dei soci.
I Link verso i canali di vendita sono inseriti al solo scopo di agevolare gli utenti all'acquisto.
Sottoscrivi la tessera associativa con una piccola donazione su PAYPAL
Oppure puoi offrirci un caffè.