Recensione di Chiara Bianchi
In occasione dei vent’anni di Keller editore – che festeggeranno a novembre 2025 – Eravamo dei grandissimi torna in libreria, nella traduzione vivida e musicale di Roberta Gado, con una edizione speciale all’interno di una collana celebrativa che raccoglie alcuni titoli iconici del catalogo.
Nel cuore slabbrato della Germania riunificata, questo è un romanzo che sanguina, ride e barcolla. L’opera di Clemens Meyer non è solo una storia di ragazzi dell’Est che sognavano grandezza, è un’epopea disillusa della transizione.
Siamo a Lipsia, all’indomani del crollo del Muro. Un gruppo di adolescenti – Mark, Rico, Paul e gli altri – cerca la propria identità tra corse in bici rubate, rave selvaggi, furti, pugni, alcol e amori sporadici. La narrazione, volutamente disordinata, oscilla tra presente e passato come la memoria di chi cerca di dare senso a un’adolescenza che prometteva tutto e ha restituito niente. Ma non c’è nostalgia in Meyer: c’è rabbia, c’è ritmo.
La lingua è grezza, potente, wortgewaltig come direbbero i tedeschi: un lessico che morde e danza, a tratti quasi epico nella sua crudezza. E la traduzione italiana, fedele ma creativa, restituisce questa tensione senza addomesticarla.
I protagonisti sono né eroi né vittime, ma corpi in movimento sospinti da una fame di vita che non sa come nutrirsi. Cresciuti nella DDR, si trovano improvvisamente gettati nell’Occidente – non quello dei film, ma quello dei centri commerciali, delle droghe sintetiche, della violenza gratuita. I sogni si fanno schegge.
Pur potendo disorientare i lettori più abituati a trame lineari, questa frammentarietà è il battito stesso di un romanzo che si fa esperienza, sensazione, memoria pulsante. Se l’ambientazione può apparire distante, è proprio questa distanza a rendere universale il grido di Meyer: la solitudine, la rabbia, la tenerezza di una generazione sospesa tra un mondo che muore e uno che non è ancora nato. Le figure femminili, presenti ma marginali, rappresentano un punto di criticità, un’ombra in un affresco dominato dal maschile.
Eravamo dei grandissimi è una cicatrice sul ginocchio dell’adolescenza dolorosa e indelebile, che racconta una giovinezza spezzata, mai del tutto perduta. Meyer scrive con furia e con dolcezza, e ci lascia un romanzo che inizia così:
So una filastrocca. La canticchio tra me e me quando la testa comincia a giocarmi strani scherzi. Credo che la cantassimo da bambini saltellando da un rettangolo di gesso all'altro, ma può essere che me la sia inventata o l'abbia soltanto sognata. Certe volte la recito in silenzio, solo muovendo le labbra, altre mi metto a canticchiarla e nemmeno me ne accorgo perché mi ballano in testa i ricordi, no, non dei ricordi qualsiasi, ma quelli dopo la magnifica caduta del Muro, quando siamo, come dire…venuti in contatto.
E vibra come quei sogni infranti che continuano a inseguirci, anche quando pensiamo di averli lasciati indietro.

Titolo: Eravamo dei grandissimi
Autore: Clemens Meyer
Casa editrice: Keller
Pagine: 608
Pubblicazione: edizione del 2025
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