«Maria Magdalena era solita dire che Ludwig era nato di notte e che questo lo avrebbe indotto a rivelare più avanti le sue qualità, perché i nati di notte se la prendono comoda. La buona donna doveva essere nel giusto».
Recensione di Paolo Perlini
Sul pianoforte della mia insegnante il busto di Beethoven mi osservava sempre crucciato. A volte, quando sbagliavo mi pareva quasi di vedere le sue labbra piegarsi in una smorfia. Invece, quando suonavo in modo impeccabile, il suo volto si rasserenava. Avrei voluto anche io un busto così, sul mio pianoforte. Invece, di Ludwig avevo una foto incorniciata e se non ricordo male, nei primi tempi, anche un poster.
Dopo la lettura di Signora Beethoven di Rita Charbonnier, tutti questi orpelli sarebbero andati distrutti. Mi è venuta addirittura voglia di prendere il cofanetto di vinili con le 9 sinfonie, i CD, e rigarli con un coltello seghettato. E non parliamo degli spartiti: se non fosse troppo caldo li avrei bruciati.
Questo ho pensato durante la lettura, ma poi, dopo un attimo di smarrimento, sono tornato nella mia convinzione: tutti i grandi della musica, i grandi artisti in generali, sono stati e sono individui dai quali è meglio tenersi alla larga. Come Beethoven, sono sordi alle ragioni altrui e danno ascolto solo alle proprie.
Rita Charbonnier, come ha già fatto con gli altri due romanzi, alza il velo su una delle tante figure femminili che la storia della musica ha relegato nell'ombra. Ci invita a sintonizzarci su una melodia a lungo silenziata, quella di Johanna van Beethoven. Lei, moglie del fratello di Ludwig, Caspar Anton Carl, e madre di Carl, fu il fulcro di una contesa familiare aspra e lacerante che risuonò per anni.
Nell'autunno del 1815, la morte di Caspar scatenò un dramma: il figlio Carl fu affidato alla tutela di Ludwig, che estromise brutalmente Johanna dalla vita del ragazzo. Ne nacque una disputa legale infuocata, un braccio di ferro che si protrasse fino al 1820. Il rapporto tra cognati era un campo di battaglia: il compositore non esitava a etichettare Johanna con sarcasmo, chiamandola sprezzantemente la regina della notte, un'allusione velenosa al celebre personaggio mozartiano. Questa guerra di nervi, fatta di udienze e tensioni, lasciò cicatrici profonde su tutti e tre i Beethoven, ma fu il giovane Carl a pagare il prezzo più alto, arrivando nel 1826 a tentare il suicidio.
Il romanzo si snoda attorno a una doppia tensione: non solo quella giuridica tra Johanna e Beethoven, ma una più viscerale, che scontra due mondi, due modi di concepire l'amore e la vita. Da un lato c'è Johanna, fragile ma indomita, che lotta per il più elementare dei diritti umani: quello di essere madre. Dall'altro, si erge Ludwig, il genio assoluto, che pretende di essere giudice morale e tutore. Un uomo sordo non solo alle armonie del mondo esterno, ma anche alle dissonanze del suo animo, accecato da una sete di controllo spasmodica.
La narrazione si immerge nella voce di Johanna. Lei, che nella vulgata storica era la cattiva la figura svilita e ridicolizzata dai biografi dell'epoca. Eppure, qui emerge nella sua integrità scomoda: una donna non semplice, colma di errori e contraddizioni, incatenata a un destino non scelto, ma che si rifiuta di subire passivamente. La maternità, in questo scenario, diventa non solo un campo di battaglia, ma anche l'unico porto sicuro. Emerge persino una sorta di compassione per il cognato, una lucidità sorprendente:
«Ecco. Quando penso alla sfilza di disgrazie che gli sono piombate addosso, sordità compresa, non mi par vero che mio cognato sia riuscito a superarle tutte. Per arrivare, poi, a elevarsi di parecchie spanne sui comuni mortali. In quella sua capocchia irta di peli doveva alloggiare una materia veramente sopraffina. E allora, dico io, non poteva usare un briciolo di quella stellare intelligenza anche nei rapporti con i suoi parenti e affini?»
E non solo, rivela anche un'inattesa attrazione:
«La cosa paradossale è che lui mi piaceva…Picchiettava il pavimento con la suola di una scarpa, sbatteva le palpebre si arruffava la capigliatura ispida passandoci le dita. La sua pelle scura come quella di un contadino, era segnata dal vaiolo; la corporatura tozza, l’abbigliamento strapazzato. Mi commuoveva il fatto che un aspetto così poco attraente nascondesse un’anima così elevata».
Ludwig van Beethoven, pur delineato nei suoi eccessi e nella sua inflessibilità, non è mai ridotto a una semplice caricatura. È un uomo segnato, anche perché cresciuto in una famiglia problematica e con un padre autoritario e un'educazione severa. Trovava nella musica l'unica salvezza, ciò che la vita non riusciva a dargli. Nel disperato tentativo di forgiare un erede a sua immagine, rischia di annientare ciò che di più profondamente umano persiste nei legami familiari.
Chissà, forse nutriva un tenero sentimento per la cognata o, come pure è stato ipotizzato sebbene smentito dagli storici, Carl era suo figlio. È interessante notare come il cinema abbia occasionalmente esplorato queste sfumature. Nel film biografico del 1994, Amata Immortale, viene suggerito che Johanna fosse la misteriosa destinataria della celebre e appassionata Lettera all'amata immortale di Ludwig. Un'ipotesi che aggiunge un ulteriore strato di complessità alla loro già tormentata relazione.
Alla fine della lettura, ho sorriso, ho risparmiato dal personale rogo gli spartiti, ho preso il CD della nona sinfonia e ho ascoltato l’ode alla Gioia di Schiller.
Perché, come l’autrice fa dire a Johanna: «Mio padre diceva che quando una storia è troppo bella per essere vera, di solito non lo è». E io continuo a credere che Ludwig fosse brutto, sporco, goffo, sordo. Uno zio malvisto, quello del ramo bacato della famiglia, ma di cui non si può fare a meno.
Titolo: Signora Beethoven
Autrice: Rita Charbonnier
Casa editrice: marcos y marcos
Pagine: 280
Pubblicazione: maggio 2025
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