Il fuoco nella carne | Garibaldi M. Lapolla

Il fuoco nella carne | Garibaldi M. Lapolla

Una madre, un figlio e il sogno americano raccontati con sguardo lucido e senza redenzioni.
Recensione di Chiara Bianchi

C’è una certa urgenza nel leggere Il fuoco nella carne (Edizioni readerforblind, 2025, traduzione di Erika Silvestri) oggi, quasi un secolo dopo la sua prima pubblicazione (1931). Non tanto per scoprire “un autore dimenticato”, quanto per ascoltare una voce che, pur provenendo da un tempo altro, sa parlare con sorprendente precisione a questioni ancora vive: l’identità, l’emigrazione, il corpo, la colpa.

Garibaldi M. Lapolla, italoamericano di origini lucane, costruisce un romanzo che si muove tra due mondi – l’Italia contadina e arcaica e l’America urbanizzata, prometeica – e due storie intrecciate: quella di Agnese Filoppina, madre dura e tenace, e quella del figlio Giovanni, giovane artista in cerca di senso.
La parte più potente dell’opera ruota attorno alla figura di Agnese. Lapolla la dipinge con tratti decisi: è una donna marcata dalla vergogna (la maternità fuori dal matrimonio, lo scandalo in un paese dove la morale è dogma sociale) ma non piegata. La sua emigrazione in America non è una fuga, bensì una riconquista: di rispetto, di ruolo, di potere.

L’autore non la idealizza mai: Agnese è anche manipolatrice, inflessibile, perfino spietata nel perseguire i propri obiettivi. Ma è reale, credibile, tridimensionale. 

Il loro salone da barbiere si trovava nell’angolo più trafficato e si era trasformato nel punto di ritrovo per tutti i nuovi arrivati, un ufficio informazioni e un luogo di incontro per coloro che erano senza lavoro e pronti ad accettare le paghe più misere. 

Lapolla adotta una lingua sobria, densa, più vicina al romanzo europeo che a quello americano. La prosa è misurata, a volte severa, e rivela una certa eco verghiana – in particolare nella rappresentazione della miseria e nella logica spietata del riscatto sociale.
Non ci sono slanci lirici, né compiacimenti stilistici. Tutto è narrato con un tono asciutto, quasi etico. Ma questa compostezza formale non è freddezza: è una scelta coerente con la materia trattata. Come in certi romanzi di Pietro Di Donato o di John Fante, Lapolla sembra suggerire che l’esperienza migrante non ha bisogno di ornamenti: la nuda realtà basta a sé stessa.

Nella seconda parte del romanzo, la sobrietà si trasforma in una certa rigidità. La storia di Giovanni, il figlio artista, non riesce ad avere la stessa forza drammatica della prima parte. I temi del talento, dell'identità culturale e della tensione tra arte e appartenenza restano sullo sfondo, senza trovare un vero sviluppo. È come se la voce narrativa si attenuasse, come se Lapolla avesse dato tutto nella storia di Agnese e lasciato al resto il compito, più didascalico, di chiudere i conti.

Un’opera onesta, coraggiosa, stratificata. Lapolla sembra restare fedele a una vocazione di cronista del dislocamento, della fatica di esistere fuori dal centro. 
Questa traduzione, la prima in italiano, ridà dignità a quegli autori migranti del Novecento, a lungo esclusi dal canone, che hanno raccontato le tensioni del corpo, della cultura e dell’identità altrove.

Il lavoro è la cura americana.

Titolo: Il fuoco nella carne
Titolo originale: The Fire in the Flesh
Autore: Garibaldi M. Lapolla
Traduzione: Erika Silvestri
Pagine: 428
Pubblicazione: 28 marzo 2025

Compra sul sito della casa editrice


Ti è piaciuto questo articolo? Dacci una mano! Il tuo aiuto ci consente di mantenere le spese di questa piattaforma e continuare a diffondere l'arte.
L'associazione si sostiene senza pubblicità ma soltanto con le tessere associative e l'impegno dei soci.
I Link verso i canali di vendita sono inseriti al solo scopo di agevolare gli utenti all'acquisto.
Sottoscrivi la tessera associativa con una piccola donazione su PAYPAL
Oppure puoi offrirci un caffè.

 

Privacy Policy