Povera pazza | Chloé Delaume

Povera pazza | Chloé Delaume

Povera pazza di Chloé Delaume è un ibrido feroce, tra romanzo, autobiografia e saggio femminista.
Recensione di Paolo Perlini

Quello che caratterizzava Clotilde sul finire dell’infanzia, oltre al caschetto bruno che non avrebbe mai tolto, era il fatto di aver vissuto ed essere stata segnata da due shock, uno estetico e uno traumatico.
Il primo lo aveva avuto dopo aver letto Ofelia di Rimbaud:
«Clotilde terminò la poesia in uno stato alterato, si sentiva esangue e aveva la febbre».
Lo raccontò a sua madre, che le rispose:
«A me è successo con Racine. Il punto in comune, vedi, sono gli alessandrini».
Il secondo shock accadde il 30 giugno 1983. Suo padre sparò alla madre e poi, per alcuni interminabili secondi, puntò l’arma contro Clotilde. Il proiettile non partì; l’uomo scelse di sparare contro se stesso. Ma da un punto di vista psichico, il colpo era partito eccome, e aveva colpito, esplodendo all’interno della testa di Clotilde.

Ripensa a questo, Clotilde, durante un viaggio in treno, destinazione Heidelberg, dove, secondo la leggenda, è il posto in cui i giovani colpiti da I dolori del giovane Werther andavano a macchiare di rosso il prato del fossato, suicidandosi.
Fa cadere sul palmo tre gocce di gel idroalcolico, sfrega le mani, scosta i capelli e pesca in fondo alla testa i suoi ricordi, uno a uno. Comincia così una lunga sessione di autops(icolog)ia.

Riesamina la sua adolescenza a casa degli zii, i raptus suicidari, la diagnosi di bipolarismo, la prostituzione volontaria come tentativo di riprendere il controllo, il soggiorno a Roma con una borsa di studio per la scrittura di un libro, e l’incontro con Guillaume Richter, regista omosessuale.

Far innamorare un uomo gay, per Clotilde, non era solo una sfida sentimentale: rappresentava una forma di vittoria simbolica. Restava all’interno dei codici del femminismo e del mondo LGBTQ+, ma al tempo stesso affermava il proprio potere seduttivo, come se Guillaume fosse insieme un trofeo e una conferma della sua capacità di sovvertire le regole.
Ne era nato un rapporto epistolare intenso, che sfociò in una relazione sbilanciata, disturbante, dipendente. Un mondo loro, dove lei era la Regina e lui il Mostro, per poi sconfinare anche nella realtà, sebbene il Mostro le concedesse solo due notti di seguito.
Le sue amiche temevano che lei si impegnasse troppo in una storia assurda, in emozioni che la distoglievano dalla scrittura del libro.
Clotilde ribatté che: «Per creare dell’autofinzione, bisogna andare fino in fondo nella realtà, per potersi poi dedicare alla scrittura con ciò che si è trovato dentro».

Un evidente e forse inconsapevole richiamo al suo primo shock emotivo, una dichiarazione di poetica che richiama apertamente la teoria del veggente di Rimbaud: il poeta (o la scrittrice) si sottopone a un processo di scardinamento dei sensi e della coscienza, si espone al dolore e all’alterazione della realtà, per poi sublimare tutto in parola, visione, arte.

La loro storia finisce. Guillaume viene cancellato, ma dieci anni dopo riappare, e con lui riemerge il dolore, l’ossessione, la ricerca di un confine tra dipendenza e amore.

Povera pazza è un testo stratificato, ibrido, spesso spiazzante: romanzo, autobiografia, saggio sull’amore e sulla violenza simbolica. Divertenti e interessanti i diciassette profili del maschio eterosessuale dopo il #MeToo.

La scrittura di Delaume è densissima: poetica, colta, tagliente, attraversata da lampi di ironia e momenti di un’autenticità spietata. La sua voce fonde frammenti autobiografici, ferite psichiche e un linguaggio sperimentale che disarma e affascina. Da anni esplora il confine instabile tra trauma, identità e narrazione, e Povera pazza ne è una sintesi potente: un libro che scava, inquieta e, a suo modo, libera.

Titolo: Povera pazza
Autrice: Chloé Delaume
Casa editrice: Mincione Edizioni
Traduzione: Sofia Tincani
Pagine: 180

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