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Minirecensioni Libri | Novembre 2020

Minirecensioni Libri | Novembre 2020

Zerocalcare - Scheletri (Bao Publishing)

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La nostalgia è un sentimento strano. Pare che provarla sia una debolezza, una forma di ottusità che rifiuta il presente e sopratutto il futuro. È pur vero che mitizzare il passato può essere pericoloso, se non hai i giusti anticorpi puoi persino credere che “come si è sempre fatto” sia l’unica maniera possibile. Ma chi li fornisce questi anticorpi? Sono davvero alla portata di chiunque? Forse sto divagando, o forse sto anticipando la trama di Scheletri, che racconta dell’incontro di Calcare, ai tempi dell’università, con un ragazzo più piccolo che dipingeva i vagoni della metro con le bombolette (“bombolette” è proprio da sciura che firma le petizioni per mantenere il decoro nel quartiere) firmandosi “Arloc”, come “il pirata tutto nero che per casa ha solo il ciel”. E ad Arloc quegli anticorpi non erano stati forniti. Il suo sistema immunitario, di fronte alla logica della sopraffazione, era esposto. Per me i fumetti di Zerocalcare hanno significato smettere di vergognarmi di essere nostalgica e allo stesso tempo imparare a vivere quella nostalgia in maniera critica, perché possiamo raccontare tante storie di un periodo irripetibile, ma se non le mettiamo al servizio del presente è solo autocompiacimento. È un errore comune, e non è nemmeno detto che la nostra esperienza sia utile, può diventare la palude della tristezza intrappolando noi e coloro che avrebbero bisogno di aiuto e di credito. Sicuramente lo Zerocalcare più amaro mai letto finora.


Fumettibrutti - Anestesia (Feltrinelli Comics)

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Con Anestesia continua la graffiante narrazione autobiografica di Yole Signorelli, che in questo volume colora intimi frammenti di una transizione chirurgica fortemente voluta, la fretta di volersi lasciare il passato alle spalle. Ci dicono sempre che queste sono storie lontane - e lo rimangono finché viene instillata vergogna e inibizione in chi le può raccontare - ma non è proprio così.
Suona familiare il non sentirsi abbastanza per meritare l’amore e la cura? Suona familiare il pensare “quando finalmente sarò così potrò cominciare la mia vera vita”? A me sì, molto. Il bisogno di tracciare un solco netto tra il prima e il dopo, l’urgenza di sentirsi conformi, la voglia di tabula rasa, di non dover giustificare più nulla, perché se il passato scompare non dobbiamo più scagionarci, spiegarlo alle persone nuove. Come all’amica che Yole incontra all‘università, a cui fatica a dire che lei non soffre di crampi mensili perché è una donna transessuale, o che ha cominciato a lavorare in un Night Club per permettersi di proseguire gli studi. La separazione tra volto pubblico e privato diventa lacerante, arriva il momento in cui la voce di Yole si ribella a questa scissione e fa sentire qualunque persona sfogli le sue pagine finalmente vista, degna di poterci essere e di raccontare tutto il marasma che l’ha portata ad essere qui, così com’è. 


Ottessa Moshfegh - La morte in mano (Feltrinelli)

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Un po’ me lo sentivo che non avrebbe funzionato, ma sono tornata da Ottessa Moshfegh. Ho comprato questo nuovo romanzo dopo aver letto, in preda a sensazioni contrastanti e perplessità, “Il mio anno di riposo e oblio”. Non fa per me, digerisco male ciò che propone, e penso che questa sarà l’ultima volta. Scrive bene, è una penna eccellente e questo è il principale motivo per cui sono tornata a leggerla. Veniamo alla trama: siamo sempre negli USA e Vesta, vedova sulla settantina, si trasferisce in uno sperduto chalet sul lago, in una zona depressa e isolata ma ricca di boschi, insieme al giovane cane adottato subito dopo la morte del marito (un vero stronzo, il marito) e che rappresenta l’unica compagnia su cui la donna può contare, dopo una vita altrettanto solitaria che Vesta prosegue ostentando indifferenza e sospetto (ricambiati) nei confronti del nuovo vicinato. Durante una delle tante passeggiate insieme al cane Vesta trova un foglio di carta lasciato sul terreno, che recita: “Si chiamava Magda. Nessuno saprà mai chi è stato. Non l’ho uccisa io. Qui giace il suo cadavere.” La fragilità della sua psiche, già messa a dura prova, viene sconvolta rimanendo travolta dalla paranoia di questo romanzo giallo in cui si sente trasportata da un momento all’altro. Il finale, per quanto mi riguarda, è superficiale e crudele. Superficialità e crudeltà possono essere narrate in maniera eccelsa, e Moshfegh lo fa. But not my cup of tea.


Kiran M. Hargrave - Vardø. Dopo la tempesta (Neri Pozza)

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Ti accuso, strega. Un dito puntato, poche parole, questo bastava perché la strada verso il rogo venisse tracciata. Nel 1600 Danimarca e Norvegia sono unico regno governato da re Cristiano IV, che avendo avuto poche occasioni di dar battaglia oltre i propri confini, la guerra decide di farla in casa propria. Ispirato alla caccia alle streghe di stampo anglosassone, le sue attenzioni si concentrano sul Finnmark, dove geografia e tradizione norvegese incontrano la Lapponia e la comunità sámi, le cui credenze e usanze, considerate superstizioni eretiche e maligne, il sovrano intende estirpare tramite persecuzione: destino di tutte le popolazioni non stanziali. Questo romanzo è ambientato durante l’evento a cui seguì il primo grande processo di tale regno del terrore: una tempesta che in pochi minuti inghiottì quasi tutta la popolazione maschile di Vardø, impegnata nella battuta di pesca. Le donne rimangono isolate dai grandi centri cittadini, in carenza di cibo. Molte di loro uniscono le forze per sopravvivere sfidando le convenzioni, escono a pesca e macellano le bestie indossando calzoni da uomo. Incontriamo Maren, che nella tempesta ha perso padre fratello e promesso sposo, e sua cognata Diinna, sámi accerchiata dal sospetto e dall’improvviso inasprimento dei pregiudizi. Il nuovo sovrintendente, inviato a Vardø con il preciso scopo di iniziare una guerra santa, porta con sé Ursa, moglie terrorizzata appena acquisita che trova in Maren l’affetto e la forza di un legame inaspettato. La storia ufficiale dice che otto donne furono accusate di aver provocato la tempesta tramite stregoneria. Il romanzo, schietto e immersivo, evoca la magia e l’asprezza del remoto, il bisogno di trovare un colpevole da punire, la sorellanza e l’istinto di sopravvivenza. L’ho amato.


Giulia Blasi - Rivoluzione Z - diventare adulti migliori con il femminismo (Rizzoli)

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Leggendo Giulia Blasi capita sovente di pensare: “quanto avrei voluto che me lo dicessero quando avevo quindici anni”. Figuriamoci sfogliando questa sua ultima fatica, che si rivolge alla gioventù già dal titolo. Che invidia. Però aspetta un momento; pare sia un po’ anche per noi questo libro! Per noi matusa che possiamo scegliere se essere boomer o allearci con le menti più fresche, se avere un po’ di sana curiosità al posto del giudizio disfattista, se offrire comprensione e sintesi al posto di scherno e sicumera. È un saggio multigenerazionale, buono per l’adolescenza come per la maturità (vera o supposta tale, cough cough). Brillante e discorsivo, per aiutare ragazze ragazzi e tutto ciò che c’è in mezzo a capire come portare avanti le lotte di chi ha provato a cambiare il sistema prima di loro (perché non è mica finita), e per guidare le persone già grandi nell’aiutare le nuove leve a continuare il lavoro, anzitutto perché non ha smesso di riguardarci, e poi perché meritano il nostro supporto. Lo faranno nella maniera più consona al loro vivere, che sì un po’ somiglia a quello che fu il nostro ma non sarà mai lo stesso, e non è affatto un problema. Ho regalato questo libro a mia nipote quattordicenne. Non so se lo stia già leggendo impegnata com’è tra la DAD, Billie Eilish, e l’inizio di questa famigerata adolescenza. Programmino affollato. Ma è bello pensare che in caso di bisogno, se vorrà, questo pronto soccorso femminista sarà pronto ad accorrere in suo aiuto.


Micaela Ghisleni - Generazione Arcobaleno - La sfida per l’uguaglianza dei bambini con due mamme (Einaudi)

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Poche pagine, ma corpose. E ne avevamo bisogno. Anche chi sostiene dall’esterno le istanze dei genitori LGBT+ molto spesso brancola nel buio, non comprendendo la portata di determinate procedure il cui costo,  in termini economici e psicologici e in termini di compromessi, ricade sulla vita quotidiana. Questa è la storia di chi ha potuto scegliere di non scendere a compromessi e di non dichiarare il falso, aprendo per la prima volta uno spiraglio che ha inondato questo paese, ancora fieramente ostile e arretrato, di luce. La storia di Chiara e Micaela è semplice: hanno ricorso alla PMA all’estero (in italia è ancora vietata a donne single e coppie non etero) con successo, diventando mamme di un bambino che lo stato italiano chiedeva loro di riconoscere come orfano di una delle due madri. Per poter concedere in seguito, come contentino, “adozione in casi particolari”. Ma Chiara e Micaela si sono rifiutate di dichiarare il falso. Nicolò è stato voluto, la genitorialità intenzionale (molto più di quanto spesso accada nel caso di filiazione esclusivamente biologica) ed entrambe le donne hanno firmato un consenso informato irreversibile che impedisce al partner della persona che si sottopone ad inseminazione artificiale, qualunque sia il suo genere, di tirarsi indietro una volta firmato. Nicolò non è mai stato orfano. Nel caso di coppia eterosessuale che avesse ricorso a PMA questo problema non sarebbe mai esistito, in Italia. Il problema si pone solo quando il secondo genitore è dello stesso genere di quello biologico. Chiara e Micaela si sono ribellate a una discriminazione disgustosa, appellandosi al diritto e alla giurisprudenza. Hanno vinto creando un precedente. Nicolò è stato il primo. Facciamo che il precedente diventi la regola. 


Simone De Beauvoir - Memorie di una ragazza perbene (Einaudi)

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Cosa aggiungere su una delle autobiografie più famose del mondo? Quando hai finito di leggere “Il secondo sesso”, testo cardine di filosofia e femminismo ancora oggi e probabilmente per sempre, ti chiedi come abbia fatto l’autrice a mettere insieme un lavoro di tale portata. Come è diventata così toga? Così consapevole? Come ha fatto? Sarà nata indubbiamente in una famiglia moderna, progressista. Ti immagini Simone De Beauvoir a spiegare il patriarcato in prima elementare. Sbagliato. La piccola Simone crebbe nella più rigida tradizione cattolica, ed emanciparsene non fu semplice, come non lo fu liberarsi da una visione stereotipata del sesso, legata indissolubilmente al valore della castità e ai desideri contrastanti incatenati all’idea di essere una buona figlia oggi e una buona moglie domani. Fu doloroso, per Simone, disattendere le aspettative del padre, che non potendo offrir loro una dote si rassegnò presto nel dire alle figlie, a malincuore, che avrebbero dovuto lavorare. Ma questo per Simone diventò uno stimolo allo studio, mattissimo e forsennato, che più la portava ad eccellere più l’allontanava dai binari prestabiliti. Crebbe insieme a Zazà, molto più di una compagna di scuola, ma i cui genitori, ben presto, individuarono nella maggior delle De Beauvoir una cattiva compagnia. Simone e Zazà, il rapporto che rappresenta il baricentro di queste pagine. Non a caso l’ultima iconica frase del volume lo riassume, suggerendoci la portata di ciò che significò per Simone, non meno dell’incontro con Sartre, la relazione con la sua amica geniale. 

© Giulia Gazzo

 

 

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