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Kaiba

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Rendere giustizia a ciò che si prova guardando “Kaiba”, con questo caldo assassino di sinapsi, è un'operazione molto delicata e complessa.

Partiamo con ordine. Date le condizioni atmosferiche e le conseguenze apocalittiche sulla routine giornaliera, il ristoro di una stanza buia con auspicabili correnti d'aria e la trasmissione di qualsiasi cosa in grado di distrarci dall'agonia estiva è quanto mai consigliabile. E laddove non arrivano Netflix o smart tv varie arriva lo streaming. Quello gratuito e legale, che vi credete.

Si chiama VVVVID, piattaforma italiana in cui si può trovare l'altrimenti non disponibile “Kaiba”, prodotto da Madhouse e diretto da Masaaki Yuasa. Peraltro l’anime è il vincitore, sempre nel 2008, nella categoria “Animazione” al Japan Media Arts Festival. Per cui non ci si spiega la sua assenza negli italici schermi. Tornando a VVVVID, che fortunatamente ci soccorre in questa situazione difficile, questa eroica piattaforma offre un ampio sguardo sull'animazione giapponese sia datata sia più recente e sta ampliando il suo archivio anche con film e serie tv. Basta aspettare che finisca la pubblicità, audio al minimo (tanto non lo diciamo a nessuno) e via di maratone.

Ci interessa definire e contestualizzare temporalmente, geograficamente sia la storia o il prodotto in sé? Assolutamente no.
Questa portata di episodi non è affatto difficile da mandar giù in pochi bocconi ma la digestione sarà tutt'altro che semplice. Il mondo che ci viene mostrato è variopinto, ricco di sfaccettature commoventi e di trampolini per voli pindarici dai quali non fare più ritorno. Sarebbe riduttivo oltre che estremamente tortuoso e interminabile mettersi a descrivere ogni singolo momento in cui i neuroni esplodono, lo stomaco si contrae o gli occhi sfrigolano.
A livello estetico è più semplice parlarne.
Lo stile di disegno si discosta dall'anime a cui siamo abituati. Le ambientazioni, così come i personaggi, sono delineati da tratti molto essenziali e morbidi, a tratti caricaturali, a tratti infantili e vanno in netto contrasto con la trama, che segue ben altre tinte. I due elementi si esaltano a vicenda. Se poi si cade facilmente preda di ebbrezza visiva, ci si può divertire a notare somiglianze con lo stile di Osamu Tezuka, sprazzi di Studio Ghibli, dettagli vicini all'animazione francese. Se poi non si disdegna una sottile corrente sotterranea di riferimenti culturali spiccatamente giapponesi, “Kaiba” è la combinazione perfetta.


Queste caratteristiche, unite ad una narrazione che cade inesorabilmente in un pozzo di alienazione e malinconia abissali, rende lo spettatore ancora più incline ad affezionarsi ai personaggi e alla loro rappresentazione delicata.
Vogliamo quindi parlare della storia? No, in realtà nemmeno di questo. Kaiba va visto. Interiorizzate questo concetto e tramutatelo in un imperativo categorico.
La trama si svolge con rapidità e con soluzioni molto ben calibrate. Non ci sono prolungamenti insensati e non viene tralasciato nulla, anche se ad uno sguardo disattento potrebbe sembrare così. Questo perché, come nell'aspetto grafico, la storia conserva uno stile molto essenziale. Non si scende nel dettaglio, gli episodi sarebbero altrimenti il doppio. Una scelta anche questa in cui alcuni punti salienti della trama, sia a livello di storia che a livello visivo, sono resi particolarmente indimenticabili, quasi simbolici al di fuori della trama stessa, proprio in virtù di questa assenza di ansia da spiegazione.

Il mondo variopinto nel quale ci troviamo ha tutti gli elementi indispensabili ad una basilare distopia. Livello tecnologico estremamente elevato che permette una evoluzione totalmente nuova della società e allo stesso tempo disintegra valori umani uno dietro l'altro, con conseguente alienazione dilagante, ingiustizie, disparità sempre più insanabili.
In questa varietà di toni pastello e buffe costruzioni futuristiche la tecnologia che ha cambiato tutto è quella che consente di estrarre i ricordi (nonché modificarli o cancellarli) e inserirli in un chip, in modo che possano poi essere inseriti in qualsiasi altro corpo, annullando così l'effetto irrevocabile della morte. A patto, ovviamente, che ce lo si possa permettere. Inoltre, la disponibilità di corpi e di spazio in cui conservare memorie  non è così estesa.
In disparte, degnata di poche attenzioni, esiste la leggenda di Kaiba, la pianta che si nutre di ricordi e nessuno è in grado di contrastare.

Scendere ulteriormente nel dettaglio non aggiungerebbe nulla a questa visione, anzi, rischierebbe di rovinarne l'attrattiva. Dal momento che “Kaiba” (che fra l'altro è del 2008, quindi non so nemmeno se ci sia speranza) non è disponibile in Italia, non è disponibile di conseguenza in italiano e sono pochi gli squilibrati che apprezzano dialoghi in giapponese a costo di rimandare indietro svariate volte per approfondire meglio i concetti raccontati, che non sono precisamente di facile lettura. Ma ne vale la pena.

Lasciatevi accompagnare in questa escalation di vuoti d'aria, fatevi domande e scrutate inutilmente il futuro. Alcune volte, indagarlo liberi dai vincoli e vederlo decadere più facilmente che evolversi è rassicurante. Perché un punto di svolta, un nuovo inizio, una possibilità c'è. Sempre. O, almeno, questo è un frammento di ciò che racconta “Kaiba”. 

Kaiba カイバ
Genere: fantascienza, sentimentale, avventura
Serie TV: anime
Autore: Masaaki Yuasa, Madhouse
Regia: Masaaki Yuasa
Char. design: Nobutake Ito
Musiche: Kiyoshi Yoshida
Studio: Madhouse
Rete: WOWOW
1ª TV: 10 aprile – 24 luglio 2008
Episodi: 12 (completa)

© Ombretta Blasucci

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