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Broadchurch

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Ci sono poche serie televisive che hanno il buon senso di fermarsi senza tirare troppo la corda. Alcune vengono rinnovate per n-mila stagioni senza ragioni apparenti, scadendo nelle più ridicole forzature.

Non è di certo il caso di “Broadchurch”, serie TV britannica ideata da Chris Chibnall, che con la terza stagione annuncia il capitolo finale.

La cittadina di Broadchurch è di nuovo sotto i riflettori. Sono passati anni dalla morte del piccolo Danny Latimer, ritrovato ai piedi dell’imponente scogliera, eppure il paese sembra non essere riuscito a “pulirsi” da questa macchia che lo ha segnato e spaccato nel profondo.

La vita a Broadchurch è cambiata e non è più perfetta come sembrava. Ogni abitante porta il peso del fallimento del caso Latimer come una propria croce personale e sa di non poter tornare mai più indietro.


Il peso maggiore è rimasto sulle spalle di Hardy e Miller, i due detective che formano la vera e propria spina dorsale della serie. In particolare ritroviamo in questa terza stagione un Hardy sempre più nervoso, tormentato da quel senso di colpa e di impotenza che lo ha accompagnato in ogni puntata fino ad esplodere con il nuovo caso: una donna è stata violentata.
Subito viene sviluppata la tela dei sospettati seguendo il rigoroso “schema Broadchurch” ovvero: tutti i personaggi sono possibili colpevoli.

Senza cadere in spoiler involontari, non ci resta che osservare la classica bellezza che contraddistingue questa serie. La storia è solida, i personaggi sono ben caratterizzati e soprattutto si continua a fare leva sulla strada delle emozioni. Non c’è molta azione e nemmeno troppi dialoghi, bensì lunghi silenzi e sguardi intensi molto più esplicativi di un inseguimento a sirene spianate.


La recitazione tocca dei picchi altissimi, in particolare quella di David Tennant e Olivia Colman che riescono ad essere burberi e al tempo stesso a far trasudare qualsiasi tipo di emozione possibile e immaginabile, ma anche quella della new entry Julie Hemondhalgh nei panni della vittima di violenze sessuali capace di trasmettere quel livello altissimo di dolore come solo un crime così emozionale riesce a fare.
A fare da sfondo alle storie principali c’è l’immancabile e onnipresente scogliera ai piedi della quale è stato ritrovato il cadavere del piccolo Danny in apertura alla prima stagione.
La scogliera diventa un personaggio vero e proprio, un osservatore lontano ma sempre presente e un simbolo di morte e protezione allo stesso tempo.

Una serie che a metà di questa terza e ultima stagione riesce a tenere l’attenzione ancora alta, inserendo nei nuovi fatti (a volte forse in modo un po’ invadente ed evitabile) la presenza dei genitori di Danny facendoli diventare “collante” vero e proprio fra le stagioni.

Riusciranno i due detective a dare giustizia a Trish, signora di mezz’età stuprata ad una festa qualunque in una serata qualunque, e ad abbandonare quella croce che li opprime da ormai troppe puntate?
Io, personalmente, credo proprio di sì.

Da questa serie mi aspetto un finale coi fiocchi, d’altronde Chris Chibnall ci ha abituato bene e non credo che ci deluderà.


© Giulia Cristofori

 

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