Nessun danno | Racconti Indigeribili

Nessun danno | Racconti Indigeribili

Scritto da Piergiorgio Andreani
 - Illustrato da Maria Anna Cingolo -


Nessun danno

Mia madre piange, l'infermiera la consola e io le osservo.
È da quando sono entrata qui a Cisanello, più o meno quattro ore fa, che osservo e basta; i medici, i macchinari, i pazienti, le pareti. Al massimo ho emesso qualche monosillabo in risposta alle domande che mi facevano mentre mi medicavano: cosa studio, se faccio sport, se pure io sono fissata con la trap come tutti i sedicenni, insomma quella cosa di tenerti su il morale dopo che ti sei beccata otto punti vicino all'orecchio.
Mia madre piange perché si è messa paura, comprensibile, ma anche un po' di rabbia perché c'aveva provato per bene a dissuadermi. Che tu ci vai a fare? 'Un cambia niente, rischi solo che te le suonano, non se ne sbatton nulla che sei una ragazzina.
La parte del ti s'era detto che andava a finire così non è ancora arrivata ma non tarderà, e io reagirò esattamente come ora: osserverò. Forse lei, o forse un oggetto a caso in attesa che la ramanzina finisca. Tanto è vero, 'un cambia niente.
Poi la mamma si calma, prende un po' di fiato. L'infermiera è riuscita nell'intento.
«Uvvia signora, la su' figliola sta bene. La TAC è perfetta e l'orecchio è a posto, ci sente. La si tiene in osservazione una notte e poi torna a casa. C'è chi ci rimette un occhio, i denti, Chiara se ne torna bellina a casa uguale a prima. Nessun danno».
«Se ci sente bene mi sa che è migliorata, perché prima di stamattina non m'aveva mica ascoltato. Ma lei è così. Quando finisce il liceo vuol fare medicina, sa? Vuol fare l'oncologa. E poi vuole andare in una di quelle zone là, forse proprio la Palestina, dice lei. Andare dove c'è bisogno, vero Chiarè?»
Abbozzo un sorriso. È la prima volta che la sento parlare delle mie aspirazioni con un po' di orgoglio, forse pure lei lo sta dicendo per tirarmi su ma in fondo continua a credermi una scema idealista.
Fanno tutti a gara a farmi sentire meglio, a quanto pare, pure quel poliziotto, o almeno così mi era parso all'inizio. È entrato in ambulatorio due ore fa, in un momento in cui ero sola. È passato fuori, la porta era socchiusa, ci siamo guardati per un attimo ed è sparito. Tre secondi dopo è tornato indietro ed è rimasto sulla soglia.
«Eri lì in mezzo al casino?» mi ha chiesto, viste le macchie di sangue colato rappreso sotto il lobo. Ho annuito. Mi ha sorriso con delicatezza e ha detto: «Ho capito».
Poi ha fatto per andarsene ma si è fermato. Il suo sorriso si è ampliato, con tanto di denti, e ha aggiunto:
«Vi si è data una bella ripassata, o comunistelli!»
Era andato via da pochissimo quando è tornato un altro infermiere per continuare la medicazione, che mi è sembrata durare in eterno perché volevo correre in bagno. Quando ho potuto farlo, ho pianto davanti allo specchio così forte che ho vomitato nella tazza e lì, tra la bile e qualche disgustoso rimasuglio di quel poco che avevo mangiato, galleggiava anche la mia voglia di diplomarmi e andare a medicina.
Ora sono qui sdraiata in una camera d’ospedale, con mia madre accanto, che non so bene se sia davvero al mio fianco, dalla mia parte, se potrò contarci. Là fuori girano mostri, uno mi è già venuto a trovare, e mi sento piccola, sola e stupida. Voglio addormentarmi presto, che sia subito domani e tornare a casa uguale a prima. Com'ero prima. 

La mamma è andata a firmare. Tolgo il camice e rimetto i vestiti, poi faccio la borsa con calma e aspetto che lei torni. La porta si apre: sembra allegra, lo spavento di ieri le è passato; ringraziamo il personale che ci capita a tiro e andiamo. Prendiamo la navetta per tornare all'uscita. È molto affollato.
Al parcheggio ci aspetta la nostra Panda. Lei è uguale a prima, anche se dubito che lo sarebbe se l'avessero presa a manganellate.
Il viaggio per tornare a Firenze dura più di un'ora. Mi viene in mente che il ti s'era detto che andava a finire così potrebbe arrivare da un momento all'altro, ma non succede. Anzi mia madre mi sorprende rincuorandomi.
«L'è andata bene, dai. Sei tutta intera. Ora c'è la scuola, la maturità, la medicina, e andrai a fare oncologia, o quello che vuoi. 'Un cambia niente, no?»
Sposto lo sguardo dal finestrino a lei. Faccio quel mezzo sorriso che è il mio marchio di fabbrica da più o meno diciotto ore, prima delle quali ancora dicevano di me che ero proprio una bischera sempre con la risata in bocca, e lo condisco con un sì, il più convinto che posso. Cosa ne sa lei che non è vero, che tutto questo ora scorre nelle fogne sotto l'ospedale da quando ho tirato lo sciacquone?
Torno a guardare la strada e mi rimbombano in testa le parole di chi della vita ne sa più di me. Chiara se ne torna bellina a casa, uguale a prima. Nessun danno

© Un racconto di Piergiorgio Andreani - Illustrato da Maria Anna Cingolo
Editing di Paolo Perlini


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