Tutto è bellezza | Racconti Indigeribili

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"/ © illustrazione di Carmela Peccerillo | Racconto di Luca Cassarini

Tutto è bellezza 

«Non c’è nulla più dell’onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vita 
ciò che è pubblico da ciò che è privato, 
che ecciti l’interesse indiscreto delle piccole società perbene».
Giorgio Bassani, Gli occhiali d’oro

 

Era una tiepida mattina primaverile. Dal vialetto proveniva un gradevole profumo di erba tagliata di fresco; dentro, l’odore di pane tostato e frutta fresca era la sinfonia ideale per l’inizio di giornata della famiglia. Il padre era importante dirigente d’azienda; la madre, affermata professionista nel settore della moda. I due figli, un maschio e una femmina, due pupilli del liceo cittadino. Andrea e Giada si scambiarono una rapida occhiata d’intesa, prima di gridare all’unisono: «Sorpresa!» I loro genitori rimasero un attimo interdetti, quindi il sorriso si fece contagioso. 
«Auguri per il vostro anniversario di matrimonio!» chiocciò Giada. 
«Sì, tanti auguri, pà», gli fece eco Andrea. Era tutto perfetto, a tratti pubblicitario, in quel villino di un buon quartiere. Tutto era bellezza, insomma. 
«Oh, tesori, siete dei veri angeli. Grazie, grazie» pigolò la madre, arrossendo leggermente. Il padre strinse la mano a suo figlio. 
«Grazie, figliolo. Mi raccomando, junior: appena sei libero, ci facciamo una partita di baseball, eh?».
I convenevoli si esaurirono nelle ciotole di cereali ed evaporarono nei caffè bollenti. Si spensero nel tran-tran quotidiano. 
«Ciao mamma, vado a scuola!» concluse la bella Giada, bevendo in un sorso un frullato multi-vitaminico, sotto lo sguardo leggermente perplesso del fratello.
Che dire, era una patita della linea, si allenava per le finali di campionato giovanile di pallavolo, insomma… non poteva lasciare nulla al gioco del caso. Non che il fratello fosse da meno: era campione regionale di scacchi, e nuotatore provetto. Insomma, una famiglia perfetta, quasi invidiabile ma, proprio per la rete sociale che riuscivano a gestire amabilmente - memorabili le serate di cineforum del venerdì sera, con gli amici più attempati della coppia - erano permeabili e immuni alle malelingue ed agli sguardi lanciati di traverso.
«Sono davvero belli, i nostri ragazzi» disse la madre guardandoli amorevolmente uscire di casa. 
«Belli e bravi, sì» corroborò il padre, sfoggiando un sorriso bianco abbagliante. «Tutto è bellezza» dissero all’unisono, con uno sguardo sornione. Doveva essere una specie di leitmotiv familiare, una sorta di mantra del risveglio quotidiano. Se avessero iniziato un medley in quell’abbozzo di musical casalingo, nessuno al di fuori sarebbe rimasto troppo sorpreso. 

Navigavano amabilmente in quell’ipocrisia piccolo borghese che rende tutto bello, tutto puro, tutto immacolato.

La giornata del venerdì passò tranquilla come tutte le giornate lavorative. 
Il capofamiglia aveva firmato contratti e avviato nuovi progetti; la donna in carriera valutato abiti e organizzato sfilate. I figli, dato verifiche e passato interrogazioni. A sera, si trovarono di nuovo assieme, a tavola, per gustarsi l’ottima cena preparata dalla Signora Carla, loro fedele collaboratrice domestica. 
«Allora, ragazzi? Com’è andata la vostra giornata?»
«Oh, tutto bene, benissimo!» risposero con una voce sola. 
«Ah, sapete… io questo weekend sono fuori per una partita» aggiunse Giada. 
«Io invece dormo da dei miei amici fuori città. Va bene?» 
«Certo, certo. Ottimo, Giada, in bocca al lupo per la gara. Che dire, Andrea? Ci dispiacerà, starcene da soli in questo noioso weekend…» commentò loro madre facendo l’occhiolino al marito, mentre gli stringeva la mano da sotto al tavolo.

Il sabato pomeriggio, davanti alla porta di casa, i genitori salutavano con ampie sbracciate i loro figli, osservandoli partire assieme agli amici che conoscevano da una vita. 
«A presto, ragazzi!» 
«Buon divertimento!» 
«Ciao!» 
«Ciao!», l’eco di parole che rimanevano sospese nell’aria come goccioline di pioggia. L’irrigatore del giardino entrò in funzione, disegnando arcobaleni sull’erba appena tagliata. 
«È tutto bellezza», commentò Anna rientrando in casa, avvolta in una nuvola di profumo di marca. Giovanni la seguì a ruota poco dopo, li attendeva un piacevole pomeriggio dai toni bucolici.

Quella sera, quando il buio era già avanzato sul giardino antistante casa, Giada tornò a casa prima del solito. Doveva fare una toccata e fuga perché si era dimenticata una cosa. Si era dimenticata anche di avvertire i suoi genitori, ma avrebbero ben capito la sua urgenza, e poi… mica avevano sordidi segreti. Al massimo, li avrebbe trovati sul divano a scambiarsi bacini come due adolescenti, ma non se li immaginava troppo in cose particolarmente spinte. Non che fossero bigotti, assolutamente… certo, andavano in chiesa tutte le domeniche; si dedicavano al volontariato presso varie associazioni locali; erano stati molto chiari e senza peli sulla lingua, qualche anno prima, nell’ambito dell’educazione sessuale dei loro figli, invitandoli al reciproco rispetto e via discorrendo. Alzò gli occhi al cielo, imboccando la via d’ingresso. Stava per piovere, e qualche goccia rappresentò il degno preludio dell’acquazzone.
Stranamente, notò una musica assordante, entrando in casa. Forse Carla si era dimenticata accesa la radio, dopo aver fatto le pulizie di casa? Oppure mamma e papà stavano danzando sguaiatamente al ricordo dei loro gloriosi anni giovanili? Chissà. Allora sì, forse erano rimasti ancora ragazzini, dentro.

Salì le scale, lasciandosi dietro di sé cigolii inquietanti. La porta della camera dei suoi genitori era socchiusa. Le venne voglia di sbirciare, nell’alcova dei più grandi. Il rumore era tale che anche se avesse urlato sapeva non li avrebbero sentiti. Si avvicinò curiosa allo spiraglio, notava quei due corpi, poi… li vide. Erano entrambi di spalle. Suo padre era in piedi, vestito in un’uniforme di lattice nero, e con un frustino. Sua madre era al guinzaglio, a terra, in lingerie di un colore rosso acceso e scarpe tacco dodici. Il marito, tirandola per i capelli le comandava cose oscene, con un sorrisetto sadico dipinto sul volto. Per terra stava una ciotola, colma di qualcosa a metà strada tra cibo per cani e…

«Mangia questa merda, cagna!» ringhiava il padrone alla sua schiava. Lei, ubbidiente, uggiolava flebili sì, sì, biascicando tra un boccone e l’altro.

Con gli occhi sgranati come l’otturatore di una macchina fotografica, senza far rumore, senza aggiungere altro, la figlia si ritrasse dalla maniglia della porta, come se scottasse. Si allontanò lentamente, mantenendo lo sguardo verso quella porta chiusa, quel lascito di corpi intenti ai loro giochini sadici. Lentamente, sempre camminando all’indietro, entrò nella sua stanza e prese quanto aveva dimenticato. Si maledisse, per la distrazione del pomeriggio e l’avventatezza di quel momento. Non voleva saperne più nulla, di loro, per un attimo si raccontò che era stato solo un sogno, niente più. Anzi, magari stavano recitando. Magari anziché una donna c’era davvero un cane. Magari, suo padre aveva detto tutt’altro, e sì, se l’era sognate quelle parole, quelle ingiurie, quelle cose. Certo, doveva essere così. Aveva il cuore in gola, il fiato corto, la voglia di scappare da quel filmino di bassa lega. In verità, le veniva anche da vomitare.

Quando fu fuori, nel giardino di casa, corse sotto lo scroscio del temporale. L’acqua si mischiava alle sue lacrime, bagnandole la faccia. L’unica cosa certa era che quanto lo circondava era bello, fragile, nobile. 
«Tutto è bellezza», ripeté mentre correva verso la sua macchina. 
«Tutto è bellezza», urlò mentre guidava nella notte, piangendo, diretta chissà dove.

 


Illustrato da Carmela Peccerillo
Scritto da Luca Cassarini


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