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Lascia stare il LA maggiore che lo ha già usato Beethoven - Alessandro Sesto

Lascia stare il LA maggiore che lo ha già usato Beethoven - Alessandro Sesto

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È difficile parlare di “Lascia stare il La maggiore che lo ha già usato Beethoven” , romanzo di Alessandro Sesto uscito nell’aprile del 2015 per Gorilla Sapiens.
È difficile perché ti trovi davanti a qualcosa che non ha bisogno di spiegazioni, basta solo un po’ di tempo, un paio di occhiali, un poltrona o un letto, ed è fatta. Sì, parlarne è quasi un delitto, è un po’ come avere davanti lo spartito di un Notturno di Chopin e pensare: “Ma io, chi sono per pretendere di suonare queste musiche?”
Ti viene voglia di lasciarti crescere le unghie e farle elicoidare intorno alla prima falange, in modo da smettere di suonare. Ti viene voglia di smettere di scrivere, abbandonare definitivamente tastiere musicanti ed editanti.

“Lascia stare il La maggiore che lo ha già usato Beethoven” inizia con una frase breve ma che ti fa pensare e sulla quale, dopo giorni mi sto ancora arrovellando:"Scriveva il filosofo Emil Cioran: nella musica, quello che non è straziante è inutile”.
Prendetela così, ognuno ha il suo strazio. Io l’ho presa in modo semplice e mentalmente sto passando in rassegna tutte le sonate, canzoni, assoli strazianti della mia vita. (Oggi sono arrivato al pianoforte di Diamanda Galas in “Gloomy Sunday”, ieri alla chitarra di Kurt Cobain in “The man who sold the world”).

Dopo poche pagine mi accorgo subito che c’è qualcosa di familiare:
“Se il paesaggio della pianura padana fosse un brano musicale sarebbe una lunga e sciatta variazione, tipo un Bolero di Ravel per sola zampogna… Anzi, secondo me la pianura padana lo invidia un po’, il deserto, che è una specie di cugino disoccupato che ha pensieri profondi e piace alle donne”.
Quindi mi sorge qualche sospetto, corro all’ultima pagina e scopro che lui è napoletano ma vive a Verona da più di trent’anni. E solo un napoletano può parlare così di questa pianura che qualche politico ormai decaduto si ostina a rivendicare come repubblica federale. Solo un napoletano trapiantato a Verona può scrivere con questa parlantina fluida, sarcastica, ironica, un mix tra il ritmo imposto dalla batteria e un malinconico e lancinante assolo di chitarra.

Il romanzo è composto da ventidue brevi capitoli nei quali un batterista racconta sogni, progetti, disavventure, tournèe di una band cover di provincia. Dalle strategie per sfondare su youtube, e guadagnare qualche soldo, alla voglia di realizzare un musical o il tormentone dell’estate. Ma la realtà si consuma in concerti in luoghi improbabili, contest assurdi, spesso con  la speranza di rimediare almeno le consumazioni al bar.
Questo gruppo strampalato (ma tutti i gruppi lo sono) è composto da musicisti senza nome e dalle personalità ben delineate:

“La band è una palette di temperamenti, cantante estroverso, chitarrista intuitivo, bassista cinico e indifferente e batterista demente entusiasta. La band è il sistema eliocentrico, con il cantante Sole, il chitarrista Giove, il bassista Plutone, il batterista un buco nero che pulsa dall’altra dimensione degli strumenti senza note, primitivo, diverso e infine incomprensibile”.

L’unico escluso è il pianista, per “non complicare troppo il sistema” e mi trovo d’accordo. (Del resto, che ci fa un pianista in una cover band? Ma in generale, che ci fa un pianista in una band rock?)
Sono ventidue capitoli in cui l’autore gioca con momenti di alta filosofia, magari messi in bocca a personaggi a cui non daresti un soldo bucato oppure ad altri verso cui provi una smisurata simpatia, come la nonna:

“Come dice mia nonna quando vede i cantanti di musica leggera alla televisione, che cosa ci si può aspettare di buono da uno messo così come un deficiente? Se la musica valesse, a che servirebbero queste mascherate?...Insomma, quando la musica vale basta solo la musica, quando vale meno si guarnisce con pailettes”.

Dopo averlo terminato l’ho infilato fra due libri che per formato, contenuto e quantità di sottolineature si equivalgono: "Temperamento" di Stuart Isacoff e "Musica" di Nicholas Cook.

Un romanzo che ti fa provare della sana invidia, insomma,  nella testa ti barluma l’idea che se per caso, passeggiando per la strada incontrassi uno con la faccia da Alessandro Sesto, uno di cui pensi: “uhm…sì, potrebbe essere lui”, ecco, saresti capace di levarti il cappello e fargli i complimenti. E poi ucciderlo. E poi sperare di esserti sbagliato, perché speri che scriva in fretta il suo terzo romanzo.

Titolo: Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven
Autore: Alessandro Sesto
Editore: Gorilla Sapiens
Prezzo copertina: 13,00 €
Pagine: pp. 154
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© Paolo Perlini

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