In Croazia. Il vero volto di un Paese da cartolina | Aleksandra Wojtaszek

In Croazia. Il vero volto di un Paese da cartolina | Aleksandra Wojtaszek

Un reportage che svela le contraddizioni e le ferite storiche di un Paese ben oltre i luoghi comuni da cartolina.
Recensione di Paolo Perlini

Il mio primo contatto con la Croazia risale a molti anni fa: il primo viaggio all'estero, l'ultimo fatto con una parte della mia famiglia. Ricordo che su un piccolo blocco notes che conservo ancora mi ero segnato appunti sulla Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia e sui posti che avremmo visitato. La prima sera, lungo la costa, la signora che gestiva il sobe ci disse: "Non c'è molta acqua, non piove da 254 giorni." Fu la prima cosa che mi rimase impressa, e che da allora mi sono sempre portato dietro. Mi risultava difficile capire come potesse non piovere per così tanti giorni consecutivi. Purtroppo, viaggiando tra le frontiere, mi resi conto che la carenza idrica era ben poca cosa: stava serpeggiando altro. Feci in tempo a tornarci da solo, spingendomi fino a Sarajevo, in Bosnia Erzegovina. Dopo tre anni scoppiò la guerra.

Quella frase sulla siccità, col senno di poi, la ritrovo quasi intatta nello spirito di "In Croazia" di Aleksandra Wojtaszek: anche lei parte dal presupposto che dietro ogni cartolina, il sole, il mare, l'odore di crema solare e pesce alla brace, ci sia sempre un'altra storia, che si vede solo se ci si ferma abbastanza a lungo da ascoltarla. Wojtaszek, giornalista polacca, quasi coetanea della Croazia indipendente, ha impiegato dieci anni per raccogliere le voci di questo reportage: tifosi dell'Hajduk Spalato, veterani di guerra, ex sarte rimaste senza lavoro, donne delle isole adriatiche, un re contadino, due presidenti. Il titolo originale, in polacco, non è "In Croazia" ma "Fjaka", una parola dalmata che indica quello stato di piacevole abbandono, di dissolversi nel paesaggio senza fretta di fare nulla. I croati la usano di solito in senso positivo, come cifra dello stile di vita mediterraneo. Ma l'autrice, in un'intervista, ammette di vederci anche un rovescio inquietante: non tanto la lentezza della gente comune, che anzi si dà da fare ogni giorno per portare avanti la famiglia, quanto l'immobilismo di un'élite politica rimasta sostanzialmente la stessa da oltre trent'anni, mentre il turismo cresce e il resto del Paese si svuota.

Il libro attraversa Zagabria, la Dalmazia, l'Istria, la Slavonia, e torna più volte su una domanda semplice quanto scomoda che l'autrice si pone nel capitolo conclusivo: se questo Paese è così bello, perché va così male, al punto che più di un decimo della popolazione, soprattutto giovani, lo ha lasciato nell'ultimo decennio? Dietro la risposta ci sono un'industria smantellata, investimenti quasi tutti concentrati sul turismo, un'eredità della Seconda guerra mondiale mai davvero elaborata, e un uso ancora cinico della memoria delle guerre jugoslave nel dibattito politico di oggi. Ne esce il ritratto di un Paese sospeso: da un lato le coste divorate dal cemento e svuotate dei loro abitanti, dall'altro entroterra che si spopolano; da un lato l'ingresso nell'Unione Europea vissuto senza troppe illusioni, dall'altro una popolazione rassegnata all'idea di restare, come dice l'autrice stessa, "i camerieri d'Europa".

Una delle cose che mi ha colpito di più, leggendo il libro, è il modo in cui certe pagine sfiorano la presenza italiana su queste coste: l'italianizzazione forzata di nomi e scuole in Istria e Dalmazia durante il fascismo, il sostegno di Mussolini al regime ustascia di Ante Pavelić, i campi di internamento gestiti dal Regio Esercito su queste stesse isole, come quello di Arbe, dove morirono di fame e di freddo migliaia di sloveni e croati. Vederla raccontata, anche solo di sfuggita, da uno sguardo esterno e polacco, che non ha alcun interesse a difendere o attenuare nulla, fa un certo effetto. In Italia cresciamo con una narrazione abbastanza rassicurante di noi stessi in quegli anni e in quei territori: la storiella degli "italiani brava gente", quelli che al massimo somministravano olio di ricino, mentre le vere colpe restavano sempre ad altri. Ritrovarla raccontata da fuori, senza il filtro con cui la raccontiamo a noi stessi, è un piccolo scomodo promemoria di quanto quella favola sia, appunto, una favola: comoda, rassicurante, e in gran parte falsa.

Leggere questo reportage che affronta la Croazia diversamente dall'aspetto turistico dà una strana sensazione. È come vedere una diva, una star, l'attrice o l'attore dei tuoi sogni senza trucco. C'è chi rimane deluso, chi invece ne apprezza anche la genuinità. Io sono tra i secondi.


Titolo: In Croazia. Il vero volto di un Paese da cartolina
Autrice: Aleksandra Wojtaszek
Traduzione: Giorgia Maurovich
Casa editrice: Bottega Errante edizioni
Pagine: 360
Pubblicazione: 2026

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