Una storia minima
Recensione di Simonetta Gallucci
Prima di incrociare il romanzo d’esordio di Luisa Pessina non mi ero mai chiesta da cosa derivasse la forma di questi alberi, imponenti e secolari. Per me, che vengo dalla Puglia e li porto impressi nella retina e nel cuore, fanno parte del paesaggio: dal Gargano al Salento, passando per la Valle d’Itria, popolano ettari ed ettari di terreno nella loro immota maestosità. Ho fatto una ricerca, e la prima risposta mi è arrivata dalla scienza: pare che la torsione, dal basso verso l’alto, sempre in senso orario, sia determinata dalla rotazione terrestre combinata a una crescita che, via via, rallenta. Gli ulivi, insomma, assecondano il movimento della Terra. La seconda spiegazione è più suggestiva, di matrice biblica: quando Gesù doveva essere crocifisso i soldati si misero alla ricerca del legno migliore per costruire la croce e gli ulivi, pur di non diventare complici di quell’atrocità, cominciarono ad attorcigliarsi su loro stessi, in modo da risultare inservibili. «La mi’ mamma diceva che sono le streche che ballano intorno all’ulivi per falli torcere», dice invece la Tosca, una dei personaggi principali di Perché gli ulivi sono storti.
E se invece fosse, semplicemente, la vita?
Il parallelismo tra uomini e alberi viene spontaneo: come gli ulivi lo fanno per adattamento, o per mantenersi retti nella loro stortura, così i personaggi di questo romanzo delicato si sottomettono al volere altrui pur di trovare un posto in un mondo che li rifiuta e, in ultima analisi, per cercare di sopravvivere. Lo fa Franco il Citrullo, che nel carnevale dei matti diventa re, per poi essere subito destituito malamente durante la rivolta degli Indiani. Lo fa l’artista Guelfi con le sue dita torte, reo di aver squarciato una presunta tela di Raffaello in un moto di ribellione. E lo fa anche Tosca la strega, per quanto non smetta di cercare salvezza per sé, per i bimbi che all’interno del ricovero nascono e poi spariscono e per chi incrocia la sua strada, come le donne sardine. Perché sì, al manicomio di Volterra, dove il romanzo è ambientato, ci si può finire anche senza essere pazzi: basta non essere compresi, oppure risultare difformi rispetto alle convenzioni sociali, basta essere una donna indipendente, giocare a carte con gli uomini o ridere di gusto in pubblico per risultare pericolosa e dunque da rinchiudere al più presto. In quel posto dimenticato dagli uomini ci si resta anche per sbaglio, come la moglie di Aldo il Ventibracci, arrivata per incontrare il marito e finita prima internata e poi appesa con una cinghia alla pala del mulino.
Queste sono solo alcune delle storie che Luisa Pessina racconta: storie minime, piccole e dimenticate ma che, quando vengono illuminate da una penna e uno sguardo amorevole, brillano nella loro semplicità, anche grazie a una lingua che, attingendo ampiamente al dialetto, si fa vivida e materica. I personaggi di quella che è stata definita “un’epopea dei vinti” tornano dal passato per ricordarci cosa può succedere quando la crudeltà viene normalizzata, le diversità si fanno minaccia anziché ricchezza e il confine, non tra esserlo o non esserlo, ma tra il venire considerati pazzi o meno è talmente labile che basta un passo falso per ritrovarsi dall’altra parte. L’apparente lieto fine (che non spoilero) non consola, perché resta una domanda di fondo, che va oltre il romanzo e si lega alla realtà alla quale l’autrice si ispira: tutta quella violenza istituzionalizzata, quei giudizi implacabili e il dolore che ne è conseguito, erano davvero necessari?

Titolo: Perché gli ulivi sono storti
Autrice: Luisa Pessina
Pagine: 147
Casa editrice: minimum fax
Pubblicazione: giugno 2026