Qui non si chiede da che parte stare, ma di guardare la zona grigia senza pretendere che sia assolutamente bianca o nera.
Recensione di Chiara Bianchi
C’è una parola che vorrebbe essere una colomba, planare leggera sui tetti dell’infanzia, farsi innocente e domestica. Ma la parola si sfalda e da uccello diventa una brodaglia. Non è un simbolo, è un sintomo. Nel lessico russo e ucraino balanda non significa soltanto colomba o zuppa, ma indica la malnutrizione, la fame come condizione.
I traditori di Artur Weigandt (Bottega Errante Edizioni – traduzione di Giuliano Geri; postfazione di Anna Zafesova) si posiziona a quella distanza tra traduzione preferita e corretta. In quella fessura minuscola e crudele abita la sua energia, quella consapevolezza che per vivere si prova a cambiare nome alle cose, e che le cose, invece, hanno memoria ostinata. È un libro sulla guerra, certo. Ma soprattutto è un libro su ciò che la guerra fa alla lingua, alla famiglia e a quell’idea, fragile e potente, che chiamiamo identità.
Che cosa definisce l’identità? La lingua? Il sangue? L’appartenenza dichiarata? In poche righe la genealogia produce una nebbia. Nonna bielorussa che parla russo; nonno ucraino senza lingua ucraina; incroci tedeschi “di Russia” che in Germania risultano tedeschi a metà, russi a metà. È uno dei punti più onesti del libro: l’identità, qui, non è un vessillo, ma un impasto di idiomi, traumi, consigli degli insegnanti, compromessi domestici, paura di restare indietro. In questa prospettiva, essere “senza patria” non è un vuoto romantico, ma è un sovraccarico pratico, quotidiano, di ciò che devi tagliare per essere capito.
Weigandt cresciuto in Germania ripercorre genealogia e lingua della propria famiglia post-sovietica, mentre la guerra in Ucraina riorganizza affetti, colpe e appartenenze. La storia avanza per scene e fratture: memoria privata, micro-incidenti sociali, ragionamento politico. La domanda identitaria non trova approdo, ma diventa racconto.
«Il 24 febbraio 2022 è come una linea zero». Da quella data in poi, il “vecchio mondo” russofono, quello in cui tutti parlavano russo e le frontiere sembravano più linguistiche che politiche, si sgretola. La guerra non sposta soltanto confini: rieduca le parole, riordina le colpe, riaccende gerarchie. Weigandt insiste su un punto: la responsabilità non va attribuita a Ucraina, Bielorussia o Georgia come se fossero capricci identitari; va attribuita all’impulso imperiale, all’avidità di dominio che pretende unità dove esistono differenze. È qui che la prosa trova una strana miscela tra chiarezza e inquietudine. Perché la chiarezza non salva, al massimo impedisce di mentire a sé stessi.
La materia si fa tangibile quando l’autore parla di invisibilità, quel peso dell’integrazione che schiaccia fino a renderti trasparente. Quando affronta il nodo del razzismo e della “bianchezza”, l’autore ricorda che la discriminazione non è solo colore della pelle ma anche svalutazione, gerarchia e una cecità occidentale che riconosce alcune violenze e ne ignora altre, specie quando arrivano da Est.
Il titolo allora si accende: traditori non come colpa ma come posizione. Traditori per chi semplifica, per la patria perduta o idealizzata.
Qui non si chiede da che parte stare, ma di guardare la zona grigia senza pretendere che sia assolutamente bianca o nera.
«Né Paese né inno» è un lutto moderno, specifico, europeo.
Nel complesso, I traditori riesce in una cosa rara: parlare del contemporaneo senza ridurlo ad attualità. La guerra in Ucraina non è solo il tema del momento, ma è la lente che mostra quanto le identità europee siano ancora attraversate da imperi morti che si credono vivi. La prosa alterna la precisione dell’analisi alla vulnerabilità dell’autobiografia; ma la forza non sta nell’una o nell’altra, bensì nella loro frizione: quando il pensiero inciampa nella vita, e la vita costringe il pensiero a non diventare slogan.

Titolo: I traditori
Autore: Artur Weigandt
Casa editrice: BEE
Pagine: 168
Pubblicazione: 2025