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Due chiacchiere con Carolina Capria | Campo di battaglia

Due chiacchiere con Carolina Capria | Campo di battaglia

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Intervista a Carolina Capria
di Christina Bassi

Abbiamo avuto la possibilità di fare qualche domanda a Carolina Capria, autrice del volume Campo di battaglia, le lotte dei corpi femminili edito da Effequ. Capria, oltre ad essere una sceneggiatrice e scrittrice di numerosi libri per ragazzi, è anche l’ideatrice della pagina instagram @lhascrittounafemmina, dove si occupa di letteratura tutta al femminile; ha da poco fondato una scuola di lettura, intitolata a Josephine March, la Jo del romanzo Piccole Donne.

Il volume è la prima uscita di una nuova collana della casa editrice che punta ad essere letta da tutta la famiglia: in quanto tale quindi, il saggio è scorrevole e godibile. Si parte dall’autofiction per approfondire una tematica importante, ovvero come la società influenzi il corpo delle donne, da quando si è bambine a quando si diventa adulte, dalla fase del “curarsi” a quella del “preservarsi”. Non si tratta di riflessioni scontate: è a partire dal controllo sull’educazione delle donne, e di conseguenza sul loro corpo, che il patriarcato allunga i suoi artigli, condiziona la donna a una eccessiva attenzione al proprio aspetto, alla vergogna, all’abitudine al giudizio e al pregiudizio, fino a mettere in secondo piano tutto il resto.  

Hai cominciato a scrivere questo libro durante la pandemia, e hai parlato di come questa abbia influito sulla percezione del nostro aspetto e sulle rinunce “estetiche”: ritieni che ci siano stati altri aspetti del rapporto con il nostro corpo in cui può aver influito questo periodo di lontananza dalla società? 

Sono convinta che i due anni trascorsi tra lockdown, paura e povertà, ci abbiano profondamente cambiatə e che siamo ancora lontanə dal capire quanto. I cambiamenti che hanno riguardato il rapporto con il corpo mi sono da subito stati visibili, proprio perché si tratta di un argomento sul quale mi pongo sempre tante domande. Molte donne hanno scoperto, per esempio, che esistevano delle alternative a quelli che ritenevano obblighi sociali e si sono rese conto che se non tingevano i capelli e li lasciavano ingrigire, non cascava il mondo. 

Altre hanno rivalutato l’opportunità di indossare capi di abbigliamento la cui scomodità nelle settimane di quarantena, si è resa manifesta: uno fra tutti il reggiseno con il ferretto. L’ho sempre indossato molto poco, ma adesso non prendo proprio più in considerazione la possibilità di farlo, perché mi pare una tortura (per me, ricordiamoci che è sempre tutto molto soggettivo) inutile. 

D’altro canto, il fatto che tutte le normali attività durante la pandemia si siano spostate online, ha fatto sì che ci trovassimo ad avere di fronte a noi la nostra faccia anche quando prendevamo un aperitivo con gli amici che dal vivo non potevamo vedere. Non so bene quando, ma a un certo punto, ho cominciato a vedere dei “difetti” che non avevo mai visto prima, e di conseguenza a chiedermi istintivamente come potessi nasconderli. Già siamo solite monitorare il nostro aspetto in modo sistematico e costante, e il trovarci sempre di fronte la nostra faccia non ha certo migliorato le cose. Dobbiamo prenderci cura di noi, così come ci esortano sempre a fare consigliandoci di comprare maschere e creme, e proteggere le nostre fragilità. Se ci rendiamo conto che qualcosa non ci fa bene, dobbiamo farci delle domande e capire come possiamo agire.

In che modo è possibile educare bambine, bambini e adolescenti all’accettazione della diversità all’interno del contesto scolastico? 

Per i bambini e le bambine alcune questioni non si pongono proprio: per loro la diversità è un dato di fatto che non necessita di spiegazioni e che non va problematizzato. Si percepiscono come naturalmente tutti diversi e meritevoli di rispetto. In una società ideale crescerebbero (e saremmo cresciutə anche noi) portandosi avanti questa convinzione, quello che succede invece è che da un certo punto in poi i bambini e le bambine iniziano ad ascoltare i discorsi degli adulti che hanno intorno e ad assorbirne le convinzioni. Sono veramente delle spugne in grado di assorbire anche una goccina invisibile di acqua. Motivo per cui gli adulti che hanno a cuore che i bambini e le bambine non perdano il loro modo di guardare il mondo, devono essere attentissimi a tutto, e utilizzare sempre un linguaggio che non contenga giudizio. Non dare mai valore all’aspetto estetico dei bambini e delle bambine, ma anche a quello di tutte le persone che su cui si poggiano gli occhi, che siano passanti o attrici in un film.  

Hai spesso citato all’interno del testo dei modi di dire che si tramandano da generazioni, e che permettono il perpetuarsi di un pensiero discriminatorio interiorizzato nelle giovani donne: come educare anche le figure familiari a mettere in discussione un sistema nel quale sono cresciute?

 Credo che sia in assoluto la cosa più difficile da fare, perché per una persona adulta o anziana è complicatissimo mettere in discussione il modo in cui è stata educata. Si trovano delle enormi resistenze quando si cerca di guardare in modo critico ad alcune cose che abbiamo sempre ritenuto giuste. Il mio suggerimento è di non pretendere troppo e di procedere con gradualità, consigliando letture, film, contributi di vario tipo che possano gettare una luce nuova su alcune tematiche. Ci sono stati anni in cui ho regalato a chiunque “Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie, con la speranza che quel brevissimo volumetto potesse aprire delle brecce. A volte è successo, altre volte no. 

Tra le tantissime donne citate nel libro c’è anche Sibilla Aleramo, che ha avuto una vicenda personale drammatica che l’ha portata a riflettere sul ruolo della madre, fortemente strumentalizzato dalla società patriarcale. Ho scavato quindi nella mia memoria alla ricerca di un qualche libro sulla paternità, e ne sono uscita con un pugno di mosche. Mi pare come se non ci sia non solo un’educazione a riguardo, ma neanche un minimo intento di riflessione, come se non fosse un ruolo altrettanto importante (al contrario però mi vengono in mente molti romanzi che si focalizzano sul ruolo distruttivo della figura paterna). Come mai la situazione è così sbilanciata anche sul piano letterario, in cui nonostante questo gli uomini sono in netta maggioranza?

Dobbiamo considerare il fatto che fino a pochi anni fa la paternità come la intendiamo adesso non esisteva, i padri non esistevano. Comparivano nella vita dei figli e delle figlie solo per dare ordini o punire. Era questo il loro ruolo istituzionalizzato. I padri lavoravano e spesso delle giornate dei figli e delle figlie non sapevano assolutamente nulla. Questa realtà non è tanto lontana da noi, anzi. Ce ne separano appena una manciata di anni. Date queste premesse non mi stupisce che non esista ancora molto materiale sull’argomento. I padri stanno nascendo ora, e gli uomini in generale non hanno ancora avuto la possibilità di indagare la loro natura e le imposizioni sociali, come invece hanno fatto le donne con più di un secolo di femminismo. Il più grande movimento politico e filosofico del novecento ha riguardato la liberazione delle donne, e non dovremmo mai dimenticarci della portata rivoluzionaria che ha avuto e ha. 

Sul libro è apposta un’etichetta che recita: “Attenzione parenti, contenuti adatti a chi è più giovane”. Facendo il percorso inverso, puoi consigliare dei libri per bambini che parlino di discriminazione e che dovrebbero essere letti anche dagli adulti?

In generale io credo che agli adulti farebbe molto bene avvicinarsi al mondo delle persone giovani, che si tratti di narrativa o di qualsiasi altro prodotto culturale pensato per loro. Perché è importante capire dove guardano e cosa li motiva. I ragazzi e le ragazze sono il futuro dell’umanità, sembra una banalità, ma nel momento in cui ti rendi conto della grandezza e della solidità di questa affermazione, prendi atto del fatto che hai una responsabilità enorme nei loro confronti, perché devi dar loro i mezzi per mettere in atto il cambiamento che tu non sei stata in grado di compiere. Io consiglio di ascoltare i ragazzi e le ragazze, ascoltarli davvero. E di mettersi nella condizione di imparare da loro. 


Autore: Carolina Capria
Titolo: Campo di battaglia
Editore: Effequ
Pagine: 181
Prezzo di copertina: 16
Compra sul sito dell'editore


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