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Top of the lake - Stagione 2

Top of the lake - Stagione 2

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Ci sono delle bellissime serie TV che rimangono incagate dalla massa, mentre siamo tutti troppo impegnati ad aspettare con la bava alla bocca e lo sguardo vitreo il prossimo omicidio in “Game Of Thrones”.
Nonostante il monopolio visivo del Dio Netflix -sempre sia lodato- ricordiamoci che c’è dell’altro e questo altro a volte è degno di nota.
Non mi ricordo come ho deciso di vedere “Top of the lake” ma so che, nonostante la lentezza, è stato colpo di fulmine.

Sono passati due anni fra la prima stagione e il secondo capitolo, ma a parer mio è valsa l’attesa.
È una serie che, vuoi per l’influenza della regista Jane Campion, vuoi per il carisma di Elisabeth Moss, risulta molto femminile a primo impatto.
Sono infatti i personaggi femminili ad avere più spazio e spessore sia nella prima stagione che in questa seconda pagina intitolata “China Girl”.

Il cast è più imponente e ci schiaffano un terzetto che fa venire i brividi (positivi ovviamente, eh): la già citata Elisabeth Moss - che è forse la più grande rivelazione degli ultimi anni, da Mad Men a The Handmaid’s Tale - Gwendoline Christie e la sempreverde Nicole “ci piaci anche coi capelli grigi” Kidman sulla quale non mi dilungherò per non essere noiosa e ripetitiva.
La Moss è la protagonista, la detective Robin Griffin che già avevamo iniziato a conoscere nella prima stagione (e per la quale si era anche agguantata il Golden Globe) dove iniziavano a venire a galla un po’ di scheletri dal fondo del lago. La ritroviamo sempre cazzuta e un po’ taciturna, apparentemente fredda e distaccata, alle prese con la figlia ormai adolescente data in adozione subito dopo la nascita.
Gwendoline Christie è un’agente di polizia che viene affiancata a Robin e con la quale sembra non riuscire a stringere un buon rapporto. Ormai pare indubbio che con il suo metro e novanta di stazza sia destinata al ruolo della “protettrice”, un po’ come già succede in “Game Of Thrones” dove la piazzano a proteggere tutte le Stark possibili immaginabili.
Nicole ti amo a prescindere Kidman invece è la odiosa madre adottiva di Mary, figlia di Robin, che non farà altro che rompere le palle ad ogni minuto e a rosicare di gelosia nei confronti della ritrovata madre naturale. Ma è inutile dire che io non riesco a non amarla lo stesso e che ogni volta che la Kidman sgrana gli occhi e apre la bocca per simulare stupore per me già le dovrebbero sbrodolare un oscar addosso. E non importa del botulino Nicole! Io ti ho perdonato! Ok torniamo alla serie perché forse sto esagerando, avevo detto che non sarei stata ripetitiva (e invece).

La struttura visiva e musicale nonché il ritmo lento, ma non quel lento che annoia bensì quel lento che avvolge, mi ricorda un po’ il mio amato “Broadchurch”.

La detective Robin Griffin torna a Sydney per cercare di riprendere le redini della propria vita. Naturalmente il ritrovamento del corpo di una ragazza asiatica, chiusa in una valigia, la metterà di fronte a una serie di mostri che sfonderanno i muri della professionalità andando ad abbracciare la sua vicenda personale.
“Top of the lake” non leva il fiato come ad esempio è in grado di fare “Narcos”, sia ben chiaro, ma ti lascia i segni.
Il dolore senza troppi contorni è quello che senti ascoltando quelle note decise con cui Michael Nyman scandiva il ritmo lento di “Lezioni di piano”. È l’immagine di una donna che si guarda dentro e che non ha paura di mostrare le proprie fragilità. È il ritratto di una società viscida che sfrutta e che abbandona, il dolore e la disperazione di una famiglia che non riesce a nascere e di una famiglia che è nata ma non riesce ad esistere.

Una finestra su tematiche attuali che includono maternità surrogata, adozione e prostituzione raccontate dai punti di vista più vari rappresentati dai vari personaggi, ognuno diverso e a sé.
Insomma, per me è un grande sì, nonostante forse la prima stagione abbia riservato un posticino un po’ più ampio nel mio cuore.

© Giulia Cristofori

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