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Game of Thrones | Il finale

Game of Thrones | Il finale

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Prima o poi il giorno doveva arrivare.
L’ultimo episodio di una serie che, nel bene e nel male, ti ha accompagnato per otto anni non è mai un momento facile.

È come quando finisce un amore e tu lo sai già da prima che deve finire. È come quando hai nel piatto l’ultima fetta di pizza, ormai fredda. È quando sai che devi lasciar andare e ricordare tutto il bello che c’è stato (e non solo il bello).

Così, dopo otto anni, siamo arrivati ai piedi di quel trono per il quale sono morti tanti dei nostri personaggi preferiti. 
Farò un sacco di spoiler perché è inevitabile, quindi è una vostra scelta continuare o cliccare la crocetta rossa in alto alla vostra destra (o sinistra se siete su un Mac).

È tutto molto soggettivo a mio avviso, anche se le critiche sono feroci e il malcontento generale non era così marcato dai tempi di Lost.

"Game of Thrones" e "Lost", infatti, sono due delle pietre miliari della serialità e condividono due importanti tratti distintivi: uno sviluppo enorme nel tempo e un finale troppo frettoloso che non meritavano. 

Io sono fra quelli a cui, tutto sommato, questa ottava stagione è piaciuta. Il fatto che mi sia piaciuta non vuol dire che sia stata ineccepibile e ben costruita.
Troppa fretta, davvero troppa.
È tutto un corri-corri per arrivare alla fine che, forse, se ci fossero state dieci puntate invece di sei bastava ad evitare questo effetto ammucchiata al trono.
Ma inutile piangere sul “more wine” versato. Andiamo avanti.
Gli eventi e il finale li trovo: giusti, abbastanza esplicativi e calzanti. È il come sono stati messi in scena che mi lascia perplessa.


Perché mettere tre “cattivi” (Night King, Cersei e Daenerys) per farli morire come macchiette in pochi minuti silenziosi?
Dov’è il pathos delle nozze rosse? Dov’è l’epicità della Khaleesi che nasce dal fuoco?

A parte questa fretta a rovinare un po’ le cose, ci sono una serie di scelte visive e di metafore sconvolgentemente belle.

Risalendo le rovine di King’s Landing distrutta ci ritroviamo davanti questi drappi dei Targaryen, neri con lo stemma rosso (solo a me hanno ricordato il comizio di Hitler a Norimberga?), e la prima apparizione di Daenerys con il drago che spiega le ali alle sue spalle proprio come se le ali fossero le sue a rimarcare che la situazione non è proprio serena e amichevole.

Altra scena pazzesca: Jon che va dalla sua regina per farla (finalmente) fuori e si trova di fronte Drogon coperto di neve che lo lascia passare indisturbato, quasi consapevole che sia l’unico modo per fermare la madre ormai preda dei deliri di onnipotenza e accecata dalla sete di potere.

Jon compie il suo dovere (magari un po’ più di pathos sarebbe stato carino) e Drogon ci regala una delle scene più belle di tutta la serie. Straziato dalla morte della madre distrugge ciò che l’ha causata, il trono di spade, ristabilendo l’ordine delle cose e cambiando la prospettiva di governo del futuro.

Eliminata la dittatura della Khaleesi, secondo la quale “chi la pensa diversamente non ha la possibilità di scegliere”, i reduci delle varie famiglie gettano le basi della democrazia.

Viene nominato Bran Stark come nuovo sovrano, imponendo una scelta futura di successione in quanto lui incapace di procreare spezzando così la famosa ruota, di cui tanto parlava Daenerys, della successione sanguinea. Inoltre Bran è il Corvo a tre occhi, la memoria del mondo, e si fa simbolo di quella memoria che deve essere ricordata per non ripetere gli sbagli del passato.

A Sansa resta il nord, Arya si butta sulla ricerca di nuovi mondi e Jon viene esiliato oltre la barriera perché tanto il trono tuo di diritto non lo volevi, vero Gionsnò? Bene.

Tutto inizia con gli Stark e tutto finisce con gli Stark, che sono sempre stati i più giusti (e per questo i più sfigati) e che sono tornati al loro posto e hanno portato la pace. 
E poi?
E poi la nostalgia e quella sensazione che la mancanza di Westeros la sentiremo eccome.



In conclusione, con l’occhio un po’ lucido e un piccolo vuoto nel cuore, riporto questa frase di Martina che rispecchia perfettamente la realtà dei fatti: 
“Al di là degli evidenti difetti di questa ultima stagione, non si può dire che non sia stato comunque un viaggio bellissimo.”
"And now my watch is ended".

© Giulia Cristofori 

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