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American Pastoral - l'esordio di Ewan McGregor alla regia

American Pastoral - l'esordio di Ewan McGregor alla regia

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Sembra una domenica come le altre, di quelle un po’ noiose che ti tocca lavorare comunque. Con una tazza di caffè in mano fissi il monitor, poi guardi fuori dalla finestre e fai di tutto pur di non lavorare. E mentre navighi distrattamente su internet, fra le news ecco un’epifania: Ewan McGregor e Jennifer Connelly presentano in anteprima mondiale “American Pastoral” al cinema Barberini. A Roma. 
Non ho bisogno di pensare e come un automa mi precipito sul sito. C’è posto solo in prima fila? Chissenefrega. Click. Acquista. Stampo il biglietto e continuo a lavorare.

È lunedì sera e mi ritrovo, un po’ svogliata, fra un mucchietto di persone davanti al cinema, col mio biglietto sgualcito in mano. L’organizzazione è imbarazzante, non c’è nemmeno un tappeto rosso per un mini red carpet e dell’ingresso in sala degli attori non ci rimane altro che una visione fugace di Ewan e Jennifer che corrono sull’attraversamento pedonale di Piazza Barberini (una scena epica, eh) paralizzando il traffico. Tutti delusi ci appropinquiamo alla nostra poltroncina, senza aver gustato nemmeno un minuto di celebrità.
È in quel momento il colpo di scena. Sono in prima fila con un barile di pop corn sulle gambe ed ecco che mi ritrovo LUI davanti. È imbarazzato, parla al microfono e sorride. Bellissimo proprio come in "Moulin Rouge" , nonostante quelle due rughe in più. Jennifer Connelly è avvolta in un abito scintillante come il suo sorriso che, da quel "Labyrinth" del 1986, non è cambiato di una virgola. Sono così emozionata che non faccio in tempo nemmeno a realizzare e si spengono le luci.
Non mi ero assolutamente documentata sul film che mi stavo apprestando a vedere in anteprima addirittura Mondiale. Avevo solo letto di sfuggita che era la trasposizione cinematografica di un romanzo di Philip Roth, “Pastorale Americana” per l’appunto. È così che Ewan McGregor, all’esordio in regia, porta sullo schermo la storia di Seymour Levov, un ragazzo di origini ebraiche chiamato “lo Svedese” per via del suo aspetto tipicamente nordico. Veste i panni del protagonista regalandoci una visione dall’interno e contemporaneamente è l’occhio che guida la macchina da presa. Un po’ difficile assumere due posizioni così contrastanti? Io credo di sì. E lui ci è riuscito nonostante le difficoltà? Assolutamente sì.

La storia, già premiata con il Pulitzer a Roth nel 1998, ci racconta la vita “pastorale” dello Svedese e della sua famiglia all’apparenza perfetta. Una moglie bellissima, ex Miss New Jersey, e una figlia dolcissima affetta da balbuzie. Una vita che, mentre esplode la Guerra del Vietnam, perde la sua laccata perfezione nel momento in cui la figlia, ormai cresciuta, sceglie una strada pericolosa che mina l’armonia della famiglia e cambia l’intera esistenza dello Svedese.
Il cast è pazzesco. Oltre a Ewan McGregor e Jennifer Connelly (divina) c’è da rimanere basiti davanti all’interpretazione di Dakota Fanning. 22 anni di talento puro. Dakota interpreta Merry, la figlia ormai adolescente della coppia, e ci riesce a comunicare tanti di quei sentimenti contrastanti che quasi confonde. Non sai se innervosirti per la sua sfacciataggine o se aprire il cuore alla sua lotta per gli ideali. Fatto sta che “American Pastoral” riesce ad avvolgerti completamente in un vortice di sentimento e dramma. In certi momenti il dolore che Ewan riesce a far uscire dallo schermo sembra scivolarti addosso. Calza perfetto come un guanto di pelle appena cucito su misura. Lo puoi indossare e capire. Il dolore di una vita perfetta che va in pezzi, il dolore di un padre e di una rassegnazione che forse non arriva mai a dare un po’ di sollievo. Una vita che continua a rotolare e che ti fa sentire incapace di fermare quella caduta.
Dall’altra parte, invece, una madre che cerca di ricostruirsi come un puzzle pieno di pezzi mancanti. Speranze abbandonate, ma mai davvero spente.
Un film intenso e denso di emozioni, davvero.

In uscita il 21 ottobre nelle sale, “American Pastoral” è un’ottima prima regia per McGregor che, non contento di essere un grande attore, ci dimostra di essere già un grande regista
Da vedere, senza indugio (portate dei fazzolettini se siete di lacrima facile come me).


© Giulia Cristofori

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