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Tallulah, una Ellen Page libera di essere

Tallulah, una Ellen Page libera di essere

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Che Ellen Page fosse la regina incontrastata dei film indipendenti, ce ne eravamo già accorti da tempo grazie a piccoli gioielli come Juno e il difficile Hard Candy, anche se ha visitato il mondo mainstream in diverse enormi occasioni come Inception e X-Men: days of future past.
In Tallulah non solo è la produttrice esecutiva ma anche la protagonista, in una prova attoriale non facile.

Tallulah è la storia di una giovane ragazza che vive di piccoli espedienti e dorme in un furgone, mangia quando può ed è proprio mentre si aggira in un hotel per rubacchiare gli avanzi del servizio in camera che conosce una donna che, scambiandola per una cameriera dello stesso albergo, le affida la sua bambina di circa un anno mentre lei esce a cena con un uomo.
Tallulah fa quello che le viene chiesto, vista la lauta mancia promessa, ma finisce con il rapire la bambina quando la madre torna in albergo ubriaca e sviene a letto, rendendosi conto che nessuno merita così tanta assenza di affetto materno.

Il film nasce come spin-off del cortometraggio Mother della regista e sceneggiatrice Sian Heder, che in entrambi racconta la sua esperienza personale di quando lavorava come babysitter in un hotel di Los Angeles e alla quale era stata affidata una bambina piccolissima proprio da una donna che non aveva alcun tipo di spirito materno.

Le recensioni che troverete online vi diranno che è una comedy-drama, oppure che è un film in qualche modo divertente. 
Non so che film abbiano visto gli altri recensori, perché Tallulah è tutto tranne che un film divertente. Non è una tragedia di per sé ma è un film chiaramente drammatico che parla di persone rotte che cercano disperatamente di ripararsi da sole.
Ancora di più parla di donne alle quali è stato portato via qualcosa o che non vogliono che la libertà venga loro tolta. Che sia per un matrimonio fallito, una gravidanza indesiderata oppure un’infanzia infelice e distrutta non importa, Tallulah ha un modo delicato ma intenso di piantare uno stiletto nello stomaco e rimestare un po' tutto, mentre racconta delle tre protagoniste principali e di come cerchino solo un modo per arrivare al giorno dopo sconfiggendo la solitudine che impregna ogni fotogramma del film.
È una solitudine galleggiante e reale, che si appoggia sulla pelle degli spettatori e li aiuta a comprendere quello di cui parla fino in fondo, ovvero di donne abbandonate o incastrate in ruoli che contrastano interamente con la loro reale personalità; donne che hanno tutto quello di cui hanno bisogno ma che comunque non trovano il loro angolino perfetto, donne che semplicemente vogliono poter essere libere di non avere istinto materno, o di averne, oppure di non avere bisogno di nessuno o di avere bisogno di una famiglia.
Perché nessuna persona è un'isola e, per non trovarci alla deriva, possiamo solo aggrapparci forte a chi, come noi, non vuole perdersi nell'impeto delle cose che non possiamo controllare.

© Fiorella Vacirca

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