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Cafè Society - Woody Allen - 2016

Cafè Society - Woody Allen - 2016

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A Woody piace vincere facile.
È diventato per me imperdibile l’annuale appuntamento con la pellicola cinematografica firmata Woody Allen.

Un po’ per affetto, un po’ per i pop corn burrosi, un po’ perché, diciamocelo, sono anni che aspetto che il geniale regista newyorkese estragga un paffuto coniglio bianco dal cilindro per farmi gridare in sala “Ti amo!”.
Tranquilli, nulla di fatto anche per il 2016 dopo la visione di “Cafè Society”, il suo ultimo film uscito nelle sale il 30 settembre scorso.
“Provaci ancora Woody!”, ho pensato uscendo dal cinema.
Ma non voglio fare di tutta la visione una delusione, proprio perché di questa non si è trattata.
Diverse le scoperte e le sorprese. Altre invece le rassicurazioni date dai fedeli e sempre presenti capisaldi tipici di molte sue pellicole: le ambientazioni d’altri tempi e le immancabili battute sugli ebrei. Il tutto avvolto da un’amarezza quasi piacevole e un’incantevole nostalgia, marchio di fabbrica di questo regista dalla vena sognante ma non troppo.

Café Society” è un film da gustarsi lentamente, come un calice di vino o un buon pezzo jazz.
Ma, proprio come per il jazz, anche in questo film la vera bellezza resta nascosta nei piccoli dettagli non sempre facili da cogliere e apprezzare.

Ci troviamo in una calda Hollywood degli anni ’30.
Il protagonista Bobby (Jesse Eisenberg), giovane figlio di un gioielliere ebreo, fugge da New York per tentare fortuna nel mondo del cinema chiedendo aiuto allo zio Phil (Steve Carell), grosso agente delle star nell’acclamata città delle celebrità.
Lo zio si rivela disponibile, ma i suoi continui impegni gli impediscono di seguire personalmente il goffo ma capace nipote, così lo affida alla bella segretaria Vonnie (Kristen Stewart) per visitare la città e iniziare ad ambientarsi nella luccicante Los Angeles.

Senza scomode rivelazioni – detti volgarmente spoiler - mi è molto difficile continuare il racconto della storia, ma vi basti sapere questo per immaginarvi che il prossimo protagonista a entrare in scena è l’amore. Scontato, prevedibile ma necessario per dare la giusta piega a una trama semplice ma, come sempre, ben costruita.
È quasi impossibile separare Woody Allen dall’amore, l’intrigo e il fatale realismo che finisce sempre per celarsi dietro ogni sua sceneggiatura.
Café Society”, con le sue suggestive e romantiche cartoline d’oltreoceano (magistralmente disegnate da Vittorio Storaro alla fotografia), costringe lo spettatore a un continuo ping pong visivo ed emotivo.
Tra una New York fredda e malavitosa, fatta di personaggi caricaturali, dove si vive bene ma guai a pestare i piedi alle persone sbagliate – il fratello di Bobby è un gangster - , e una Los Angeles calda, fatta di divi senza tempo, piscine, cocktail e ottima musica.
Come non farsi allora catturare dai protagonisti che sembrano danzare da un posto all’altro a ritmo di swing?
E a proposito di protagonisti e relativi interpreti, ecco le piccole sorprese. Non tanto la scelta, forse la meglio riuscita, di Jesse Eisenberg nel ruolo più che azzeccato di Bobby ma, ahimè, ennesima copia di Woody - mi chiedo se finirà mai questa sua continua messa in scena di sé stesso - , quanto a quella di Kirsten Stewart, coprotagonista accanto a Jesse. Ex vampira e ora bambolina fresca ma dai tratti sciupati, un po’ buttati via, che riesce inspiegabilmente a stregarti, nonostante non brilli per bravura o versatilità.
Niente bionde neanche stavolta?
Forse vittima di una drammatica nostalgia per la sua musa in “Match Point” (Scarlett Johansson), Woody Allen decide di inserire una bionda fatale Blake Lively, affidandole un ruolo sì importante per la trama, ma del tutto marginale.
I riflettori restano comunque sempre puntati su Bobby e le sue avventure, amorose e non.
Tra il comico e il drammatico, sempre sul filo dell’illusione che l’amore sia eterno, meraviglioso e senza ostacoli.
“I sogni sono sogni” viene pronunciato a matassa sciolta, quando tutti i protagonisti sembrano aver trovato il loro posto nel mondo; chi in prigione, chi morto, chi con un figlio in braccio, chi con l’uomo sbagliato, chi nel locale più famoso di Los Angeles.
Eppure i loro occhi sembrano guardare altrove.

Accade questo e tanto altro in “Café Society”, certo è che non posso dirvi cosa accade a chi – mi sono cerottata la bocca a inizio recensione.
Posso però dirvi che nulla è come sembra, ma se siete amanti di Woody Allen già lo saprete.
E penso che, in fin dei conti, la chiave sia proprio questa.
Non fermarsi alla patina del già visto o del già sentito. Perché, diciamocelo, non ci stancheremo mai di farci disilludere dai film, per l’uomo che amiamo ma magari non è quello giusto, per il lavoro che facciamo che non è quello che abbiamo sempre desiderato e per tutti quei sogni che sembrano, alla fine, solo sogni… 

That’s all folks!
Ma Woody Allen non ci piace proprio per questo?
Gli piace vincere facile, è vero. Ma, alla fine, un modo per vincere lo trova sempre.
Buio in sala. Buona visione!
Ah, sempre che riusciate a superare l’enorme disagio di un doppiaggio disastroso.
Mal che vada, concentratevi sulla colonna sonora.
100 minuti di suggestiva musica swing e jazz dell’epoca.



© Mara Munerati

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