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#morsostellato10 | Massimiliano Feroldi

#morsostellato10 | Massimiliano Feroldi

 

© Massimiliano Feroldi per CrunchEd

Ciao Massimiliano e benvenuto in CrunchEd.
Innanzitutto grazie per il tuo regalo e per la disponibilità.
Qual è la tua storia, quando hai cominciato a disegnare e qual è stata la strada che ti ha portato a diventare grafico e illustratore?
Innanzitutto grazie a voi e grazie ancora della buona birra che mi avete offerto a Roma.
La mia storia, non saprei da dove cominciare, la mia storia. Potrei iniziare da fin da piccolo disegnavo ma diverrebbe il solito racconto cronostorico.
Fatti che si susseguono in ordine cadenzato, come passi di danza, fino a giungere ad un oggi. E allora cambio risposta e prendo le parole di Pessoa che mi han sempre accompagnato:
Non sono niente
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.
Ecco, la mia storia è negli spazi vuoti tra una parola e l’altra in questo frammento di Pessoa.

Se l’arte fosse un buffet e se pittura, musica, scrittura, fotografia fossero le pietanze, quale addenteresti per prima e quale, se c’è, lasceresti per ultima? O sei più tipo da lasagna della nonna, da piatto unico ricco di tutti gli ingredienti necessari per saziare l’anima?
Ovviamente lasagna! Contaminazione, flusso continuo. Tutto è connesso e tutto fa parte di tutto. La nonna, la tradizione, la famiglia, l’identità e il riconoscersi. Sì, direi che sono da lasagna anche nella cosiddetta arte, la separazione non mi piace, credo fermamente che tutto sia legato con fili invisibili ma che poi, per semplicità, noi lo differenziamo.
Tra l’altro è anche tra i miei piatti preferiti, non avrei potuto rispondere in altro modo!

C’è un autore in particolare che ha illuminato o che ancora illumina le tue opere? In altre parole, c’è un artista, uno scrittore che ti stimola a mordere la vita?
Uno nello specifico non saprei e non saprei nemmeno se dirti un disegnatore, un musicista, un pittore, uno scrittore.
Di certo ci sono riferimenti continui a quelli che definisco maestri e credo che tranquillamente nei miei lavori si possano dedurre chi siano.
A qualcuno, credo, quando si inizia un percorso, bisogna assomigliare, un po’ come i figli che imitano i genitori, poi passo passo si crea la propria identità, ci si allontana dalla propria famiglia pur trattenendo in sé le proprie radici. Forse in loro ci sono le mie radici.
E più il viaggio continua più si viene contaminati da nuove conoscenze, una mutazione continua.
Ci sono di certo molti artisti, scrittori pittori illustratori registi musicisti e quant’altro a cui faccio riferimento, quei sottili fili di cui parlavo che connettono e legano silenziosamente, che l’occhio non vede ma di cui percepiamo la presenza. 

Pennellate decise, colori pieni. Appena si ha tra le mani un tuo libro illustrato, i tuoi lavori colpiscono lo sguardo come veri e propri quadri prima che come pagine disegnate.
Alcune opere - come le tavole finali di “Storia di un piccolo re” - sembrano uscire da una retrospettiva sui paesaggi fotografati da Franco Fontana
Come “costruisci” l’immagine e quali sono le tappe del processo creativo?
Amo molto la pittura, sì, immagino si noti, e amo molto la fotografia. Forse nel semplificare il tutto posso dire che amo l’immagine a prescindere dallo strumento con cui la si racconti.
Come nasce il processo creativo? Di solito nasce dalla musica, per me la musica è immagine. Potrei dire che è il seme da cui germoglia l’idea, da cui prende vita l’immagine la storia i personaggi. Tutto nasce da lì.
Potrei allegare una playlist ai miei lavori, che sia una tela o un libro ogni singola immagine ha la sua origine  musicale.
Ma nasce anche dallo scambio, in una parola detta da qualcuno, in un gesto, in un’immagine creata inconsapevolmente.
È una scintilla che una volta creatasi si espande, a volte lentamente, a volte esplodendo.
Nel tempo poi ho imparato a sottrarre, a scavare l’immagine usando la semplicità. Ad usare il vuoto e il pieno, forse oltre alla pittura anche l’aver affrontato l’immagine dal punto grafico/comunicativo mi ha insegnato a togliere. Aggiungo la passione per l’oriente e le loro filosofie, loro la sottrazione la conoscono bene. 

Inchiostro, pittura, disegni a mano ma anche computer e tecniche digitali. Che tipo di approccio preferisci, in quale ti senti più a tuo agio?
Non c’è qualcosa che preferisco ad altro, l’acrilico per questioni di abitudini è più casa mia, ma amo sperimentare ed usare tutti gli strumenti possibili, non a caso amo le cosiddette tecniche miste.
Diciamo che in base a cosa voglio ottenere, a quello che voglio comunicare, cambio mezzo o li mischio. Una sorta di processo alchemico.
Alcuni li uso anche per velocizzare il lavoro, a volte l’idea che devi mettere su carta ha tempi di resa veloci prima che fugga via, è una sorta di attimo ed hai bisogno di velocità per poterla fermare. In questo ad esempio il digitale mi aiuta molto.

Il tuo tratto è molto particolare e i tuoi lavori molto comunicativi. Riesci sempre a raccontare quello che vorresti e come lo vorresti?
Ci sono dei lavori che ti hanno lasciato completamente insoddisfatto o viceversa che ti hanno conquistato del tutto e continuano a piacerti anche dopo la pubblicazione?
Questa domanda apre voragini.
Credo che l’importante è che alla fine si sia trovato l’equilibrio, con sé, con l’esterno, un buon compromesso.
Non mi piace la definizione insoddisfatto, non mi appartiene. Potevo far di più? Potevo far meglio? Dovevo far meglio? Mi soddisfa?
Sinceramente credo che queste domande debbano essere solo usate come incentivo ma già solo il fatto che possano nascere determinano un corto circuito tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere.
Una sorta di freno emotivo; se ho fatto una determinata cosa in un determinato momento è perché di più, in quel preciso momento, non potevo. Dovremmo abbandonare l’insoddisfazione e concentrarci sull’accettazione, lì, ora, adesso, siamo questo, il di più verrà da sé, è un processo naturale.
È ovvio che tutto non dipenda da noi, che vi sia un esterno che determina anche il prodotto finale, alla fine in qualche modo l’importante è trovare quell’equilibrio. Un giusto punto d’incontro tra interno ed esterno.
A volte capita che accade.
Altre volte no.
Ma comunque appartiene.

Sfogliando “Storia di un piccolo re” (Lavieri edizioni), salta subito all’occhio la netta preponderanza dei colori primari come il blu acceso per lo sfondo e per il cielo, il rosso per l’ombrello. Il personaggio principale invece, il piccolo re, ha il corpo nero e la testa bianca. Che valore dai ai colori e come mai hai scelto proprio questa palette? 
Mi piacciono i contrasti, mi piace Mirò, mi piace Klee, Kandinski e quant’altro. Mi piacciono i colori saturi, non comprendo i colori desaturati per quanto in contraddizione mi piacciano.
I colori per me sono importanti, non so pensare in bianco e nero, lo stesso bianco e nero per me è colore. Non c’è una scelta, forse è difficile da capire ma per me il colore è, vive di vita propria. In un certo senso è lui che sceglie me. È un istinto, alla domanda perché hai scelto quel colore la mia ragione crea un cortocircuito a cui non so rispondere, la risposta di solito è “perché ci sta, no?”.
Credo che il colore sia legato molto alla mia parte emotiva e lei sa, senza darsi una ragione, lei sa. Mi ritengo di essere molto fortunato in questo.
Raro che costruisca prima palette colori, non a caso lavoro molto con i primari e, ammetto, ho un’adorazione per il blu, questo si!

Domanda irrinunciabile per il palato di CrunchEd: qual è il tuo rapporto con la musica e quali vie sceglie per farsi strada fino ai tuoi disegni?
Credo si possa oramai intuire dalle risposte di prima che la musica per me è tutto, senza non credo che non farei questo lavoro.
Non a caso sto ascoltando in questo momento i PGR. 

Chiudiamo con un classicone e, intanto, ti ringraziamo per la disponibilità: a breve distanza dall’uscita di “Cariclò alla ricerca del volo” (Lavieri Edizioni), la tua ultima fiaba illustrata scritta in collaborazione con Michele Casella, hai già qualche altro progetto in cantiere? Ti va di parlarcene?
È in fase di ultimazione il nuovo libro “Come far volare un gatto”, in uscita per Lucca 2017, sempre per Lavieri ed. con cui abbiamo costruito un ottimo rapporto di collaborazione, persone splendide. Mentre ci lavoravo è nato un pensiero in me, tra il definir la cover  e le tavole  interne, era come se stessi facendo l’altro lato della luna. In storia di un piccolo re ne ho raccontata una faccia e adesso devo raccontarne l’altra.

Ed essendo l’altra faccia della luna è diverso, credo la parte più scanzonata di me, un gioco con l’io bambino che c’è in noi.
E mi diverto.
E mi sento fortunato.
Cosa potrei chiedere di più se non di poter continuare a giocare? 

A voi,
   grazie.
Massi.

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