Lanci il sasso e nascondi la mano | Racconti Indigeribili

Lanci il sasso e nascondi la mano | Racconti Indigeribili

Scritto da Sofia Castagna
Illustrato da Irene Pacciani


Lanci il sasso e nascondi la mano

Quando si trovavano infine faccia a faccia, lei gli ripeteva sempre la stessa frase:
“Lanci il sasso e nascondi le mani”.
Diceva proprio così, le mani, e lui si stupiva perché era diverso dal famoso proverbio, che ha il singolare; la guardava e attendeva che giustificasse il plurale. Lei non era solita giustificare le frasi: diceva quello che voleva, e molto era sbagliato, o riconducibile a una sorta di etimologia popolare. Lui lo sapeva perché era un linguista. Per meglio dire, si era laureato in linguistica, ma in realtà voleva aprire un café-chantant: il fatto è che ormai l’opera e l’operetta non piacevano più a nessuno. Ad ogni modo, quando lei lo guardava con intenzione e gli diceva “Lanci il sasso e nascondi le mani”, lui avvertiva un pizzicorino alla base delle mascelle che non riusciva quasi mai a interpretare. Forse era fastidio? Lo infastidiva di più il fatto che lei lo apostrofasse, o il singolare mancato? Non le diceva che stava sbagliando, incassava il colpo e continuava a camminare.

Si trovavano ogni sabato a Porta Venezia e facevano con lentezza il giro del parco. Giunti al museo civico di storia naturale, di solito lei lo superava, gli si inchiodava di fronte e lo costringeva a fermarsi. Allora lo guardava con intenzione e gli ripeteva il proverbio sbagliato. Subito seguiva quel pizzicorino alla mascella; lui cercava di scacciare la sensazione grattandosi la barba rada e scura, abbassava gli occhi e con uno scarto proseguiva verso le cancellate che si affacciavano sulle vie piene di traffico di Palestro. Lei in ogni caso non ci restava male: anzi, appariva soddisfatta, e come pacificata. Non si aspettava una risposta, bastava solo che lei lo dicesse e lui la sentisse.
A lui pareva evidente che quella che sussisteva fra loro fosse una relazione: di quale tipo non era dato sapere. Tra loro era tutto sghembo ed errato, ma solo di poco, come quel plurale fuori luogo. In alcuni momenti potevano addirittura apparire ai passanti come una coppia normale, che passeggiava. 

Lei era vacua e i suoi occhi verdi guardavano sempre in un punto lontano da lui. La maggior parte delle volte la gente la scambiava per una strafatta. Aveva labbra ben disegnate e un naso ordinario che non dava un preciso carattere al volto. A lui era piaciuta per via di una certa aria svagata che credeva di aver intravisto nel suo sguardo: forse la verità era aver scambiato la vacuità per poesia, come d’altronde capita spesso.
Lei si gettava solitamente addosso, insieme a una sciarpa azzurra molto corta, anche un’aria esterrefatta che sfoderava in ogni occasione. Parlava di sé allo stesso modo in cui la gente è solita parlare delle profezie che preannunciano un futuro cataclisma: con riverenza e dubbio, come fosse qualcosa che non la riguardava. Gli aveva raccontato di essersi trasferita a Bologna per un breve periodo, a fare cinema da autodidatta. In realtà pagava la retta di filosofia a Milano, ma il cinema, puntualizzava guardando in alto, lo studiava da sé.
Lui, che era un linguista e si intendeva di glottologia e di leggi fonetiche, restava incantato di fronte a questa vaghezza e pensava a quanto fosse straordinaria; poi però, se provava a interrogarla su qualche uscita al cinema d’arte (a tal fine aveva salvato nella cronologia di Google il sito con l’elenco delle programmazioni settimanali), notava che spesso lei non capiva neanche di cosa stesse parlando. Il più delle volte questo aggiungeva fascino al fascino, perché la vacuità di lei era da manuale e lui non riusciva mai a coglierla in fallo: se all'inizio aveva creduto fosse una posa, si era poi dovuto accorgere che quella vaghezza la caratterizzava più di ogni altra qualità.
Ne era rimasto estasiato. Le prime volte che ci era uscito assieme, aveva creduto che avrebbero avuto un’intesa perfetta: lei era così vaga, e lui così preciso. Si sarebbero bilanciati. Cosa poteva andare storto? La risposta era: tutto, ma di poco. Di fatto, non c’era nulla che funzionasse fino in fondo, eppure restavano entrambe attaccati al loro rapporto assurdo in modo indefesso e testardo. Lei offriva a lui uno svago dalla sua precisione; lui non era ben chiaro cosa potesse offrirle, forse una certa sicurezza e oggettività. Senz’altro pasti ben calibrati, ma gustosi (era anche un cuoco preciso, lui; lei, un disastro e amava spiluccare e assaggiare dalle ciotole con le salse). 

Lui insisteva nell’etichettare il loro rapporto perché amava le definizioni esatte che senza fallo sembrano aderire alla superficie delle cose. Le chiedeva se stessero insieme o se si stessero frequentando. Lei rispondeva sbuffando con la sua aria svagata e si dava la seconda mano di smalto, in genere bianco, opalescente. Le mani di lei avevano dita stranamente lunghe e fini, e quando prendeva le cose pareva accarezzarle con distrazione.
Se capitava che dormissero assieme, di notte lui allungava i piedi nel letto per toccarle le gambe: voleva sincerarsi che fosse ancora lì e non fosse evaporata in una nuvola leggera.
Una sua eventuale sparizione però non lo preoccupava, perché credeva che sarebbe tornata, prima o dopo. Ogni tanto lei gli diceva che stava vedendo qualcun altro: gli mandava poi dei messaggi lunghissimi e vaghi di come era andata la serata. Lui all’inizio aveva provato a porle delle domande precise, del tipo: dove erano andati? Si era divertita? Erano finiti a letto? Vedendo che lei rispondeva in modo confuso, aveva col tempo imparato a lasciar perdere. 

Un giorno l’aveva portata a cena da sua madre, che era una donna pratica e vigorosa, con la lista della spesa scritta su una lavagnetta sopra il frigorifero. Aprendo la porta in grembiule, la madre gli aveva detto che Cecilia era la ragazza più bella con cui fosse mai stato, e l’aveva baciata su entrambe le guance, con calore. Lei si era fatta baciare e aveva restituito l’abbraccio in modo languido, senza precisare che era un’amica, non certo la fidanzata di suo figlio. La cosa lo sorprese, ma pensandoci capì che era proprio da lei. Alla fin fine, il solito discorso: le puntualizzazioni non la interessavano.

Lui cercò a lungo un modo per catturare quella sua evanescenza: desiderava acchiapparla e trattenerla, come si fa con un retino quando si insegue una farfalla. Pensava e scartava con metodo molte idee, e ognuna pareva poco adatta: alcune erano appuntite come degli spilloni, altre lasche e imprecise come delle mani aperte a coppa. Tutte inadatte a trattenere una forma così aerea. Non trovando nulla di decisivo, azzardò. Un sabato d’inverno, al parco di Porta Venezia, le disse che avrebbero potuto andare a vivere assieme. Mentre lo diceva, si tormentava la cerniera della giacca pesante e guardava i bambini che correvano, intabarrati nei cappotti. Il loro viso spariva sotto i cappelli.
Lei non parve stupirsi. Gli rispose dopo qualche passo: prese da terra un sassolino e lo lanciò in lontananza.
Poi sollevò le mani dalle dita lunghe e fini e gliele sventolò davanti, facendogliele vedere bene.


© Racconto di Sofia Castagna | Illustrazione di Irene Pacciani | Editing di Paolo Perlini 


Lanci il sasso e nascondi la mano | Racconto | Indigeribili


Ti è piaciuto questo racconto indigeribile? Dacci una mano! Il tuo aiuto ci consente di mantenere le spese di questa piattaforma e continuare a diffondere l'arte.
L'associazione si sostiene senza pubblicità ma soltanto con le tessere associative e l'impegno dei soci.
I Link verso i canali di vendita sono inseriti al solo scopo di agevolare gli utenti all'acquisto.
Sottoscrivi la tessera associativa con una piccola donazione su PAYPAL
Oppure puoi offrirci un caffè.

 

Privacy Policy