Turno lungo | Racconti Indigeribili

Turno lungo | Racconti Indigeribili

Scritto da Felicia Buonomo
Illustrato da Giulia Invernizzi


Turno lungo

All’amica Angela M.
da cui mi sento profondamente amata 
e che profondamente amo

 

Lavoro in una redazione all’ottavo piano di una delle palazzine presenti nel microcosmo aziendale. Ho il turno lungo quest’oggi. I miei colleghi sono andati già via. Vado in balcone. Accendo una sigaretta. Apro le note del cellulare e scrivo: Ti voglio bene davvero, A., ma doveva andare così. Ancora una boccata di veleno, mi dico. Ne ho bisogno. A. non mi perdonerà e non mi vendicherà. Scrivo anche questo. 

Sobbalzo, scottata dalla sigaretta arrivata al bordo delle dita. Sento il bruciore come un fastidio emotivo. Ma, come sempre, non imparo dal passato. E ne accendo un’altra. Ne ho bisogno. Penso che A. non mi perdonerà e mi rattrista. Il fumo mi finisce negli occhi, non ho nemmeno l’istinto di chiuderli e proteggerli. Mi faccio pungere dal calore, impassibile, come di fronte alle umiliazioni di cui ci si sente meritevoli. La vista si appanna e quasi mi rincuora. Vedere chiaro è una pesante capacità da sopportare.

Finisce anche questa sigaretta. Ne accendo un’altra. A. non potrà resiste al dolore che gli sto dando. Percepisco che sente la mia mancanza. Sono capace di creare un vuoto nelle persone, una volta entrata. Me ne rendo conto. In certi momenti della giornata sento il vuoto di te, di questa tua energia amabile e disperata, mi scrisse una volta F., racchiudendo in poche parole questo modo che ho di sprofondare nell’esistenza altrui. Sto per fare un torto ad A. e ne soffro molto. Ma non posso fare altrimenti.

Finisce anche questa sigaretta. Ne accendo un’altra. Mi dico che sarà l’ultima. Voglio che lo sia. Penso a M., al modo in cui avrei potuto amarlo, se non fosse che avrei amato la bellezza che io sola gli ho donato, mi dico ripensando ad alcuni versi di Silvia Plath. Prendo il cellulare e gli scrivo un messaggio: Non si può mai sapere quanta tragica fragilità abita le persone. Come prevedibile, non lo invio e la cicca della sigaretta, ormai arrivata al termine, mi cade sul cappotto, bucandolo. Mi arrabbio. Lo faccio come se mi importasse accogliere questo strano sentimento, che ho sempre rinnegato.

Ne accendo un’altra. A. non capirà e la sua vita ne risentirà. Mi sento crudele. Io vorrei solo che mi vendichi, a partire da domani. C’è persino un articolo del Codice penale che disciplina quello che sta per accadere, mi dico pensando al concetto di mandante. La vista, da qui, ha qualcosa di romantico, nonostante la tangenziale e le auto che procedono. Faccio la stessa strada ogni giorno, illudendomi di avere una vita a cui aggrapparmi. Apro l’unico social dove è iscritto anche M.: Tagliare il vuoto a braccia tese. Il sogno reale, scrivo, è il drammatico finale del mio ultimo libro. È come praticare l’autoerotismo in pubblico, penso, e cancello. Cerco i versi di Carver: “E hai ottenuto quello che / volevi da questa vita, nonostante tutto? / Sì. / E cos’è che volevi? / Potermi dire amato, sentirmi / amato sulla terra”, li copio e sostituisco al un devastante no. Troppo ovvio, come lo è la verità. E cancello. “Per favore, niente pettegolezzi”, scrisse Majakovskij. Da questa prospettiva tutto mi appare banale. E cancello.

È finita anche questa sigaretta. Ne accendo un’altra. A. mi odierà per quello che sto per farle. Alzare il braccio è diventato un esercizio da atleta che riprende la corsa dopo un infortunio. Vorrei che A. mi vedesse ora, mentre tento con fatica di portare alla bocca questo veleno che mi separa dal coraggio.

È finita anche questa sigaretta. Metto le mani in tasca per cercarne un’altra. Il pacchetto è vuoto. Ne desidero ancora una. Il desiderio, la mia condanna. Desidero ancora fumare, sì. A. sarà contenta. 

Domani andrò in stazione. La geometria dei binari mi calma. Aspetterò serafica il passaggio di un treno. Nell'attesa, fumerò un'altra sigaretta e ancora una, e ancora una. Starò bene. 

 © illustrazione di Giulia Invernizzi | Racconto di Felicia Buonomo | Editing di Chiara Bianchi 


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