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Minirecensioni Libri | Settembre 2020

Minirecensioni Libri | Settembre 2020

Elsa Dorlin - Difendersi - Una filosofia della violenza (Fandango)

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Un saggio molto tecnico e ricco di note può scoraggiare chi non lo affronta da specialista, salvo non ritenere l’argomento talmente interessante - intuendone una potenziale traccia indelebile sulla propria sensibilità - da lasciarsi guidare con pazienza. È uno studio davvero meticoloso quello di Elsa Dorlin, storico filosofico e aneddotico, mirato a svelare e dimostrare una tesi che ritengo incontestabile. Vi sono da tempo immemore due principali categorie sociali: chi può difendersi e possedere i mezzi materiali per farlo, e chi no. Persone mantenute volutamente in condizione di disarmo, tale da renderle ancora più torturabili e ammazzabili ad ogni tentativo di protezione di sé, a vantaggio di chi per legge ha sempre potuto sferrare impunemente il primo colpo. “Difendersi” è lo studio non solo di questo fenomeno (come nacque il concetto di porto d’armi creando “la fabbrica dei corpi disarmati”), ma sopratutto delle realtà che hanno tentato di reagirvi. Dalla rivoluzione francese alle suffragette, a chi insorse nel ghetto di Varsavia fino ai movimenti anti linciaggio in USA e alle Black Panter. E le donne. In ogni epoca in ogni luogo e in ogni strada le donne. C’è la violenza dei dominanti e la risposta dei dominati, e quella che è sicuramente una delle letture più convincenti e chiarificatrici e che più terrò cara di quest’anno spiega con cura come mai difendersi non è mai stata la stessa violenza, e perché non lo sarà mai. 



Valérie Perrin - Cambiare l’acqua ai fiori (edizioni e/o)

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Non sono le letture della vita, sono come caramelle, infatti appiccicarsi alle pagine e divorarsele in poco tempo è inevitabile, e il retrogusto non è sempre all’altezza del primo assaggio, ma a volte ne abbiamo bisogno e non c’è niente di male. Cambiare l’acqua ai fiori è un libro coccola, che punta molto su un’atmosfera che mi ha completamente conquistata, e se verso la metà si trasforma troppo in una telenovela, me lo sono comunque goduto. Violette è la guardiana di un cimitero in Borgogna, e vive la sua occupazione deliziandosi di una routine diventata poesia, come l’accoglienza partecipe a chi viene in visita, la cura dei fiori sulle lapidi, la passione per il suo orto, l’accudimento di cani e gatti che hanno seguito i cari deceduti al cimitero e non se ne sono più andati. Ma come è successo a Violette di vivere in mezzo alla tombe, con un’occupazione così atipica, e di farsela pure piacere? Il marito non si fa più vivo da anni e lei non ne sente certo la mancanza (l’autrice cerca strada facendo di redimerlo ma per quanto mi riguarda ha fallito), e nel passato di Violette si nasconde un grande dolore che viene riportato a galla dall’arrivo di Julien, un uomo che bussa alla sua porta spiegandole di dover eseguire le volontà testamentali della madre, le cui ceneri chiede riposino sulla tomba di un uomo già sepolto al cimitero da qualche anno, e che il figlio non ha idea di chi sia. Quanta vita si rincorre, nel luogo dove ci si addormenta per sempre.


Liv Strömquist - La rosa più rossa si schiude (Fandango)

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Liv Strömquist ha una mente acuta e un senso dell’umorismo eccezionale. Solo lei poteva imbastire una profonda riflessione sull’amore - tema desueto e anti femminista? Giammai! - ai tempi del capitalismo, partendo dalla seguente domanda: perché Leonardo Di Caprio passa allegramente da una relazione all’altra con modelle di costumi da bagno senza - apparentemente - innamorarsi mai di nessuna di loro? Ad analizzare la situazione del povero (beh mica troppo) Leo, che sembra paradigmatica del modo di vivere l’amore nei giorni della performance e del consumo, quando dire “fall in love” sembra non avere più senso mentre fingiamo di non provare sentimenti per avvicinarci allo status di potere maschile nelle relazioni (e come scopriremo durante la lettura questa è una cosa che nel tempo è cambiata tantissimo) ed esigiamo dalla persona amata caratteristiche precise come di fronte all’acquisto di un thermos su Amazon, arrivano sociologhe e filosofi insieme a Socrate, Beyoncé, Il Piccolo Principe, Lou Andreas Salomé (quest’ultima ritenuta da Liv particolarmente autorevole sull’argomento in quanto fu capace di ridurre Nietzsche uno straccio) e tante altre figure brillantemente animate da Strömquist. È giusto razionalizzare l’amore al punto da non poterci perdonare di “cadere”? Il tardo capitalismo ha abolito la frusta perché è più comodo se siamo noi a fustigarci con lo spauracchio del fallimento. Ma non è che innamorarsi oramai significa fallire?


Lia Celi - Quella sporca donnina - dodici seduttrici che hanno cambiato il mondo (DeA utetlibri)

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Sono proprio contenta di aver divorato questo collage di storie avvincenti, dodici ritratti di altrettante donne che nel corso dei secoli, dall’antico testamento alla seconda guerra mondiale, hanno svolto “il mestiere”. Contenta perché Lia Celi, oltre ad essere esperta ed appassionata di storia e letteratura, è una scrittrice capace di divertire beffandosi degli stereotipi, e sappiamo bene quanto questi ultimi siano spesso utilizzati per parlare di donne che si prostituiscono. Ma come dice la stessa Celi in un’intervista, questo non è un trattato sulla storia della prostituzione, ma la celebrazione di donne che sono state grandi facendo le puttane, non nonostante fossero puttane. Hanno scritto poesie, sfidato boia, fatto costruire palazzi, salvato numerose vite, ed erano molto spesso puttane fiere di esserlo, rendendosi di fatto imperdonabili. Divieto d’accesso, per loro, nei libri sulle grandi donne del passato. Eppure sono state innovative, eroiche, intraprendenti, hanno scelto il proprio destino, si sono emancipate forzando con il grimaldello i modi e i tempi a loro concessi. Perché dovrebbero salire sul palcoscenico dalla botola di servizio? Solo perché il moralismo stabilisce che una donna che non offre sesso è un’inutile ciabatta, ma se con il sesso riesce a campare - e pure bene - deve essere bandita dalla società? Felice di aver fatto la vostra conoscenza, mie care. Frine, Ninon de Lenclos, Églé, Païva, Veronica Franco, e tutte le altre ragazzacce. Per me dimenticarvi sarà impossibile.


Mattia Insolia - Gli affamati (Ponte alle grazie)

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Non ho mai avuto tanta difficoltà a parlare di un libro, perché abbiamo avuto un frontale veramente tremendo, io e lui. Si tratta di un romanzo crudo, feroce, e c’è un episodio, una serie di pagine, che mi hanno fatto talmente male che le sto ancora elaborando, come un vero e proprio trauma. È stata molto dura, ma non per questo la mia è una bocciatura, anzi. Credo che Mattia Insolia sia un autore da tenere d’occhio, la sua un’opera prima che toglie il respiro, capace di narrare cosa significa sentirsi fregati dalla vita e avere tanta fame. Di cosa? Di quello che è mancato, che è stato negato. Come una famiglia presente, la sicurezza dell’amore e della cura. Paolo e Antonio sono due fratelli, il più piccolo ancora liceale e il più grande già impiegato in un cantiere sotto le direttive di un titolare che è un violento criminale, e si arrangiano da soli senza nessun supporto, in una provincia fittizia del sud Italia chiamata Caporotondo. La rabbia e la crudeltà di Paolo diventano trance, il senso di colpa e di inadeguatezza di Antonio, il più piccolo, si scontrano inevitabilmente con il fratello maggiore. Una trama debole li vedrebbe salvarsi a vicenda, ma mancano gli strumenti fondamentali, che germogliano dalla fiducia e dalla consapevolezza di meritare un posto nel mondo. Gli affamati conoscono solo ingiustizia e disperazione, e la fuga.


Thomas Mann - La morte a Venezia (Einaudi)

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Ho acquistato questo famoso racconto alla libreria acqua alta di Venezia, durante le mie vacanze italiane 2020. Mi è sembrato imprescindibile, lì di fronte a me in una libreria iconica piena di vasche e di gondole. Il sigillo perfetto del viaggio appena trascorso. La storia è famosa, cinematograficamente trasposta: Gustav von Aschenbach è un famosissimo scrittore cinquantenne che ha trascorso la vita sull’orlo dell’ascetismo, celebrato in ogni dove come virile intellettuale dei suoi tempi, e ormai vedovo cede ad una sorta di capriccio decidendo di cercare l’avventura e la dissoluzione. A Venezia, che già conosce, ma questa volta troverà qualcosa di diverso. Un giovane adolescente polacco che insieme alla famiglia è in soggiorno balneare al Lido, nello stesso albergo del nostro erudito, ed è bellissimo. Gustav se ne infatua, lo pedina via acqua e via terra, sembra sperare muoia giovane così che la sua bellezza venga risparmiata dallo scorrere del tempo. Ma attenzione, a Venezia è arrivato il colera, e nonostante la reticenza veneziana ad ammettere la piaga von Aschenbach riesce a farsi rivelare la verità. Ma cosa gliene importa a lui , dopotutto? La febbre, la passione, la distruzione di una vita, recitata più che vissuta, infuriano insieme al morbo.


Mieko Kawakami - Seni e Uova (edizioni e/o)

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Commedia emotiva mozzafiato che sfida il patriarcato giapponese con intelligenza ed esplicitezza. La totale mancanza di romanticismo in una vicenda quasi esclusivamente femminile è forzata? No, semmai il frutto di una narrazione candida e schietta. Makiko e Natsuko sono sorelle cresciute in povertà a Osaka, e in seguito la più giovane Natsuko cerca di diventare una scrittrice a Tokyo, quando riceve la visita di Makiko insieme alla figlia preadolescente, Midoriko, disgustata e sconcertata dal sangue mestruale e dai cambiamenti del proprio corpo, e ulteriormente disorientata dalla madre che si sta recando a Tokyo proprio per informarsi circa un intervento di chirurgia plastica al seno. Ma è la seconda parte del romanzo, che vede Natsuko circa una decina d’anni dopo, alle prese con il mondo dell’editoria e un nuovo libro che non riesce a concludere, il cuore della vicenda. Natsuko desidera un figlio, desidera incontrare il suo bambino. Disinteressata e disgustata dalle poche esperienze sessuali vissute, si chiede con che diritto possa una persona come lei, donna single vicina alla quarantina e probabilmente nello spettro dell’asessualità, desiderare la maternità, traguardo che dovrebbe seguire un iter ben preciso. Si sente egoista, ma non è egoista a prescindere esporre una nuova vita alla sofferenza? E alla gioia. Cosi Natsuko conosce il mondo della procreazione assistita in Giappone, dove i legami di sangue si intrecciano saldamente con il concetto di onore e lo stigma di chi ricorre a tali pratiche favorisce l’omertà. Il finale, che ovviamente non anticipo, mi ha riempita di quella stessa gioia a cui viene esposta, potenzialmente, ogni nuova vita. Come la gioia di aver incontrato la penna di Kawakami.

© Giulia Gazzo

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