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Romics 2016, un viaggio a ritroso

Romics 2016, un viaggio a ritroso

Da bravi cultori gastronomici di ogni forma e condimento espressivo noi stomaci vuoti ed esigenti di CrunchEd non potevamo farci sfuggire l’opportunità di andare ad assaggiare ciò che il Romics offriva quest’anno. No, non stiamo parlando degli stand di noodles istantanei, posate le bacchette.

 Da dove cominciare? Non è un’impresa facile perché a scrivere è chi ha vissuto il Romics come prima esperienza delle fiere di fumetto, nelle nubi mnemoniche comprese tra gli undici e i tredici anni, quando qualsiasi fumetto era buono da mangiare purché fosse sufficientemente ben disegnato per i miei occhi inesperti e la storia mi portasse lontano dal consueto. Mangiavo Dylan Dog, Lupo Alberto e manga, per capirci. Al limite del nesso logico e della selezione.
Però al Romics ho conosciuto nomi mai sentiti prima, visto cortometraggi, lottato contro il senso di percorrenza della folla per raggiungere incontri e workshop, spiato fumettisti martiri incatenati ai tavoli delle dediche, sommersi da cavallette voraci di disegni. Ho sempre cercato di contenermi ma mi inserisco anch’io in questo sciame divoratore. Senza sufficienti sensi di colpa.
Alcuni di quei nomi, di quei volti, di quei mondi, mi accompagnano ancora oggi e sono diventati ispirazione e sostegno sulle quali tentare di comporre un mio stile, un mio linguaggio d’espressione. Non è una cosa da poco.

Per queste ragioni sentimentali e per una puntigliosità che si è affilata nel tempo, limata dall’imperante fame di immagini e di storie di qualità, devo esprimere il mio disappunto.
La relativa scomodità del complesso della Fiera di Roma, la schiacciante quantità di diversivi in forma di gadget e pupazzetti, l’inesistente collaborazione dei trasporti pubblici e altri punti più o meno dolenti potrebbero anche essere visti “al rovescio”, considerando gli sforzi e la difficoltà di mantenere sia l’appuntamento autunnale che quello primaverile, rendendosi conto che i punti sopra elencati potrebbero essere problematici solo per chi scrive e che, oltre all’impossibilità di creare qualcosa che soddisfi tutti in egual misura, non sono questi il centro del discorso.

Ma il fumetto? Perché il fumetto dovrebbe essere il centro. Di questo discorso e dell’evento stesso. E invece è latitante.
Un’entità marginale da dover cercare tramite attento e approfondito studio del programma. E non sempre se ne esce vittoriosi e soddisfatti. Non stiamo parlando della reperibilità di volumi in formato fumetto. Di quelli ce ne sono ad ogni angolo. La merce non manca. Ma la sostanza, l’incontro, il confronto, il laboratorio, la possibilità di vivere ad un livello non concesso dalla carta ciò che il fumetto è, tutto questo si è ridotto inesorabilmente nel corso degli anni. E sono in molti a sentirne la mancanza e la necessità a giudicare dal cambiamento dei frequentatori del Romics.

L’età media si è drasticamente abbassata e questa potrebbe essere anche considerata come una nota positiva se non fosse dovuta al cambio di inquadratura, dal fumetto a temi più popolari e vicini alle nuove generazione (novant’anni mode on), al gaming, ai gadget, alla presenza di personaggi più o meno famosi sul web. Intendiamoci, anche per ciò che riguarda i cosplay e i contest correlati, tutto ciò è può rappresenta un valore aggiunto, dando spazio e voce a contesti che esistono da parecchio tempo e sono in rapida crescita, nonché occasioni anch’essi di incontro, competizione ed espressione creativa. Se non fosse che il fumetto risulta esiliato nelle retrovie. E non si tratta di togliere spazio al resto per centralizzare tutto l’evento sul fumetto. Questa centralità, pur essendo prerogativa fondamentale di una fiera del fumetto, non deve essere esclusiva. È giusto e legittimo che si dedichi attenzione anche a realtà che relativamente e parallelamente al fumetto si sviluppano.

Questo cambiamento è dovuto alla maggiore facilità nell’attirare e gestire il pubblico richiamato dai suddetti temi seguiti all’unanimità dai ragazzini di oggi? Boh.
Fermo restando che va bene tutto, basta che non mi fate venire fame di fumetto e poi il fumetto non c’è.

Rimaniamo confusi e nostalgici sul tema, con domande retoriche e risposte poco convinte. D’altra parte tenere in piedi eventi di questo genere è un’impresa veramente considerevole. Però uffa.

Concludendo. È doveroso nominare lo stand della Shockdom che è stato la nostra oasi nonché tappa fondamentale (senza che mi metto a riprendere il discorso file, folla, inadeguatezza degli spazi e sistemazione problematicamente creativa degli stand. Ve lo risparmio).

Possiamo però convenire tutti che l’incontro, seppure di brevissima durata, con i fumettisti sacrificali inchiodati al tavolo delle dediche è sempre qualcosa di prezioso.
Sbirciare tra le loro mani tratti e personaggi familiari che prendono forma in diretta vale sempre l’attesa. E le zainate. E l’annullamento dello spazio vitale. (Ma poteva andarci peggio. Potevamo essere dall’altra parte del tavolo, assediati da un’orda sudaticcia e famelica di esaltati fumettofagi.)

Insomma, si può sempre trovare il modo di non andarsene a mani vuote. E avere qualcosa da custodire per sorriderne, in caso di emergenza.


   
© Ombretta Blasucci

 

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