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Avicii: True Stories | Netflix

Avicii: True Stories | Netflix

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Oggi mi trovate un po' polemica, perché il documentario “Avicii true stories” è stato girato molto prima della dipartita dell'artista: il 26 ottobre 2017 è stato trasmesso in Lituania, nei Paesi Bassi e in Svizzera; il 9 novembre lo ha ricevuto la Finlandia e il 20 novembre la Francia.

Poi è approdato su Netflix il 31 marzo 2018. Alla morte del DJ e produttore avvenuta il 20 aprile 2018, è stato rimosso dalla piattaforma nel Regno Unito mentre in Italia, è il primo film a comparire fra le novità del catalogo.

Non è un caso che il mercato punti a dare risalto agli artisti appena accade qualcosa di importante o tragico che li riguarda, ma indirettamente equivale a dire spremere la vita del giovane Tim Bergling fino alla fine. Anche se il documentario non ha direttamente a che fare con la sua morte, si incentra sul percorso personale che lo ha portato a una prematura scomparsa.

In un'ora e trentasette minuti ripercorriamo la vertiginosa scalata al successo di un giovane che probabilmente non era così pronto ad affrontare ciò che poi lo ha letteralmente divorato.

Abituato a produrre la sua musica in un appartamento claustrofobico a Stoccolma, Tim Bergling è un individuo molto diverso da un festaiolo incallito, anzi: abbiamo di fronte un introverso appassionato di musica pronto a lavorare giorno e notte per le sue creazioni, un sognatore innamorato dell'arte che non si aspettava sicuramente che la sua fama sarebbe giunta al mondo intero (considerando il suo inizio su un blog di musica elettronica svedese e poi sulla piattaforma Myspace).
Abbiamo davanti un ragazzo intraprendente che ama quello che fa ma è chiamato a compiere un lavoro eccessivo, continuo e spasmodico, con un numero elevato di serate a cui partecipare (sulle 700/800 l'anno) e dilaniato da un'ansia che lo ammorba senza lasciargli tregua ad ogni esposizione al pubblico. 

L'unica soluzione che riesce a scovare per placare la sua inquietudine pre-spettacolo è quella di bere, abitudine che contribuirà allo sviluppo di una pancreatite.

Assistiamo sempre di più a un Avicii atterrito, che si trascina da una tappa all'altra, contornato dal suo staff che lo incoraggia a tenere duro ancora per un'altra serata e poi ancora e ancora nonostante lo stress, nonostante la sofferenza per i dolori alla pancia, da placare con antidolorifici e oppiacei.

Nel documentario si avverte sempre di più lo sgretolarsi della sua anima, soffocata dalla paura e dal suo senso del dovere che lo spinge più in là, incurante dei segnali di pericolo lanciati dal suo stesso corpo.

Il dj finisce con il chiudersi in una fortezza dalla quale nessuno riuscirà a recuperarlo, nemmeno a comprenderlo. È abbastanza lampante che sia caduto in una forte depressione che lo porta a rifiutare all'improvviso di esibirsi. Emblematica è la comprensione delle persone che gli stavano intorno, intuibile dalle parole lapidarie del suo manager Arash Pournouri, che afferma che quando un ragazzo passa dalla scuola al successo non capisce il valore dei soldi.

Probabilmente Tim Bergling era circondato da troppe persone capaci di comprendere il valore dei soldi, ma non della vita.

Questa è una storia terribile che ci apre gli occhi sul contesto angosciante di solitudine e insensibilità in cui vengono immersi artisti troppo impreparati e ingenui, offerti in sacrificio al dio denaro. Ancora più amaro risulta è il lieto fine del documentario, che verrà smentito quel tragico 20 aprile 2018. Un calice troppo amaro, una vita troppo breve. Il tutto vi lascerà addosso un senso di dolore lancinante, crudele.

© Federica Forlini

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