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I Classici di Halloween - #04 IT

#04 I Classici di Halloween - IT
I Classici di Halloween - #04 IT

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C’è odore di pop corn che esce da un tombino, musica in lontananza ed echi di risate tipiche dei circhi.
Piove e la barchetta di carta finisce dentro la fessura che affaccia sull’asfalto e culmina nelle fogne di Derry. Piove e Georgie, con la sua mantella gialla, cerca di recuperare la sua barchetta.
C’è un clown che si affaccia da quel tombino e stringe la barchetta fra le mani guantate di bianco. Un saluto, una presentazione, denti affilati e troppa confidenza.
Piove a Derry e una pozza del sangue di George Denbrough tinge le pozzanghere aprendo un nuovo ciclo di morte, come accade ogni 27 anni.

Perché IT torna ogni 27 anni e uccide fino a che non è sazio.
Non è un caso che a distanza di 27 anni dalla miniserie televisiva, IT sia tornato quest’anno nelle sale. E ha ancora fame delle nostre paure.

Quali paure? Clown.
Tutti hanno paura dei clown.
Eterni nemici e protagonisti delle fobie di molti. Portatori di inquietudini travestite da sorrisi spesso forzati.
Mi sento di poter dire che abbiamo così paura dei clown anche per colpa di Stephen King e del suo monumentale IT, romanzo di 1300 e più pagine che nel 1986 ha messo in luce i più svariati temi che sono poi diventati i pilastri del Re dell’orrore.
IT non è, infatti, soltanto la storia di un gruppo di ragazzini che si trovano a dover fronteggiare l’incarnazione del male nelle vesti di Pennywise il clown ballerino, bensì ci troviamo davanti a un romanzo di formazione e di natura cosmica.
Sintetizzare la storia di IT è quasi impossibile, non ci sono riusciti a pieno nemmeno le trasposizioni su pellicola.
La miniserie degli anni ‘90 ha segnato una delle tessere della mia personale collezione di traumi. Ho aspettato per ore fissando lo scarico del lavandino che una bolla di sangue ne uscisse e si gonfiasse fino a scoppiarmi in faccia, ho aspettato le voci e sì, ho avuto paura.
Guardata oggi riesco a salvare la splendida interpretazione di un enorme Tim Curry che è riuscito a regalare al suo Pennywise la giusta dose di umanità che, a conti fatti, risulta più spaventosa di un mostro deforme.
È proprio questo uno dei temi principali che diventerà una vera e propria ossessione per Stephen King: la crudezza e la brutalità dell’essere umano.
IT non è un clown, IT è un essere in grado di assumere le forme che terrorizzano i bambini.
Lupo mannaro o voci dagli scarichi, uccelli giganti o lebbrosi purulenti, IT assume le forme della paura. E a rendere bene il polimorfismo di IT è riuscito, invece, Muschietti nel suo adattamento cinematografico (fresco d’uscita) molto più di quello che riuscirono a fare nell’adattamento televisivo.
Inutile scadere nei confronti (seppur inevitabili) fra i due adattamenti e il romanzo. Come dicevo, sintetizzare IT è impossibile. Ognuno dei due lavori non riesce a farlo nella totalità, in qualche aspetto è meglio quello del ‘90 (nel mantenere la figura più umana di Pennywise) e in altri è meglio il nuovo (nel rappresentare il rapporto fra i perdenti e nel rappresentare la varietà di forme di IT).

L’accostamento col rosso è obbligatorio per quanto riguarda la violenza delle morti e la famelicità di IT. E non può essere che una la scena a cui pensare, che rimane vivida come se avessimo appena alzato gli occhi dal paragrafo, come se fosse stata diligentemente narrata in entrambi i film (ma è solo la memoria marchiata a darcene la sensazione). L’impermeabile giallo di un bambino di sei anni screziato da sangue lucido e copioso. Un piccolo osso candido che si intravede nello strazio. L’omicidio di apertura, la causa prima della collisione di destini di sette ragazzini, che si troveranno a fronteggiare le loro più intime paure, le loro fragilità, le loro ferite. Perché il Male non puoi attaccarlo dall’esterno e non puoi sconfiggerlo da solo.

Il vero messaggio che ci da King è che il male è la cittadina di Derry, è nelle persone, dal padre violento di Beverly al bullo Henry Bowers, e non dobbiamo andare a cercare mostri nelle fogne per trovarlo.
Il male è parte della nostra quotidianità e quando si è bambini è molto più facile vederlo.
Non vi dirò la trama di IT perché vi dovrei parlare della Tartaruga, di Silver, di Bill Tartaglia e del rito di Chüd.
Vi offro un palloncino e vi invito a galleggiare, perché tutti galleggiano qua sotto.

Aprite la mente e lanciatevi a capofitto sul romanzo (e poi sui film) perché forse non è ancora troppo tardi. La paura può ancora salare le vostre carni e IT può ancora mangiarvi con gusto, laggiù nei “pozzi neri” della vostra mente.

© Giulia Cristofori e Ombretta Blasucci


© Illustrazione di Ombretta Blasucci

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